Referendum e salute

Due considerazioni per riflettere nel merito delle questioni, ma anche sui toni e le modalità con cui si è condotta questa campagna elettorale. ()
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Dopo l’approfondita e articolata intervista al magistrato Sergio Rossetti, mi permetto un paio di considerazioni.
La prima su un aspetto poco trattato durante tutta questa sconquassata campagna elettorale, un aspetto a cui, come medico, ma anche come cittadino, sono particolarmente sensibile: se passasse questa riforma e il relativo cambiamento nella composizione del CSM, che cosa cambierebbe per ciò che riguarda la tutela della salute?

Un aspetto di cui si è parlato molto poco
La magistratura ha ovviamente un ruolo fondamentale nelle funzioni investigative, riparative e preventive concernenti la salute. Le responsabilità in merito ad azioni che danneggiano la salute sono sempre individuali, ma spesso riguardano persone che ricoprono incarichi pubblici o rappresentano grandi gruppi economici di grande rilevanza. Pensiamo ai disastri ambientali, alle stragi sul lavoro, alla questione dei migranti ai quali viene negato un approdo sicuro in tempi rapidi e ad altri mille episodi nei quali lo Stato, attraverso i suoi rappresentanti politici, è parte in causa.

Un nuovo CSM come quello che potrebbe uscire con la vittoria del SI’, con una parte consistente assegnata ai membri laici sorteggiati tra un elenco di nomina politica e componenti togati estratti con un sorteggio puro, potrebbe condizionare l’indipendenza dei magistrati e gestire sanzioni e trasferimenti in un’ottica di difesa del potere politico di turno. Ripeto potrebbe, ma sarebbe bene che questa eventualità fosse scongiurata.

Un caso di cui si è parlato troppo, e a sproposito
La vicenda della famiglia nel bosco. Un caso sulle prime pagine dei giornali da mesi e su cui la politica è entrata a gamba tesa per dimostrare la spregiudicatezza e l’impunibilità dei magistrati. (Proprio ieri il presidente del Senato ha ricevuto i genitori: un’evidente strumentalizzazione politica di una vicenda in ogni caso dolorosa).

Un caso, in un quadro generale che in Italia ha numeri importanti: sono 42.002 i minorenni (inclusi i minori stranieri non accompagnati) presi in carico dal Aziende Territoriali Sociali (strutture del sistema socio-sanitario regionale) e dati o in affidamento familiare o collocati in strutture residenziali.

Ma come funziona? L’affidamento familiare è disciplinato dall'art. 4 della legge 184/1983 che ha l’obiettivo dichiarato di favorire al più presto il reinserimento del minore nella propria famiglia, non di sostituirla. L’affido può avvenire col consenso dei genitori, nel qual caso provvede il servizio sociale locale, oppure senza il loro assenso, e solo allora si interviene con provvedimento del tribunale. Solo quando non sia possibile un conveniente affidamento familiare si ricorre, in via subordinata, al collocamento presso comunità di tipo familiare o, in ultima istanza, presso istituti di assistenza. La Riforma Cartabia (D.Lgs. 149/2022) ha ulteriormente rafforzato la tutela del minore.

Senza entrare nel merito di una storia che non conosco è comunque evidente che il ruolo del magistrato nelle vicende degli affidi arriva per ultimo, dopo una serie di indagini e verifiche fatte dai servizi sociali di competenza e di cui il magistrato deve prendere atto per decidere secondo legge.

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