Cento anni Fo

Intervista al regista e attore Silvano Piccardi in occasione del centenario della nascita di Dario Fo. ()
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Il 24 marzo prossimo Dario Fo avrebbe compiuto 100 anni. Artista straordinariamente versatile, ha attraversato la vita culturale del ‘900 da assoluto protagonista, con capacità espressive e interpretative assolutamente uniche
Nel 1997 gli è stato conferito il Premio Nobel per la letteratura per il suo impegno in difesa della “dignità degli umiliati”, come recita la motivazione del premio stesso.
In occasione del centenario della nascita, abbiamo chiesto a Silvano Piccardi, regista e attore di lungo corso, da sempre coerentemente impegnato a diffondere i valori più nobili della cultura, di testimoniare la sua esperienza di lavoro con Dario Fo negli anni più significativi ed emblematici del suo teatro.

Come e quando hai conosciuto Dario Fo?Ho iniziato a lavorare nel mondo dello spettacolo, in radio e in televisione, che non avevo ancora dieci anni. Esiste la registrazione di uno sketch radiofonico, che risale alla metà degli anni ’50, in cui io interpretavo un bambino e Fo era mio padre. Una conoscenza antica dunque. Poi ci siamo persi di vista.
Lui ha fatto un percorso “capocomicale” straordinario. E’ diventato uno dei più importanti personaggi del teatro, lavorando con un gruppo eccellente di attori come Franco Parenti e Giustino Durano.

Come e in quali anni nasce l’esperienza del Collettivo teatrale La Comune?
Alcuni anni dopo, nel 1971, Fo rompe con l’esperienza di Nuova Scena e nasce il Collettivo, con lo spazio nel capannone in via Colletta, a cui vengo chiamato a collaborare. Ho iniziato con la partecipazione alla ripresa di “Morte accidentale di un anarchico”, che aveva esordito l’anno prima.

Qual era il clima sociale e culturale di quegli anni?
Dario Fo era assolutamente indiscutibile come artista. Sul palcoscenico era unico, come Eduardo e pochi altri, nel fare un teatro reinventato sulla base della propria intuizione poetica. Aveva avuto l’intelligenza di avvertire che con il suo pubblico tradizionale come quello di “La signora è da buttare”, rappresentato al Teatro Manzoni a partire dal 1967, non sarebbe andato lontano.
In quegli anni accadevano cose importanti, anche Strehler aveva lasciato il Piccolo Teatro. Era nata allora una nuova realtà alternativa nel mondo dei giovani. Si sentiva l’esigenza di un cambiamento.
La scelta strategicamente importante di Fo fu quella di andare con questo nuovo movimento. Non è stato Fo a inventare il teatro alternativo, ad esempio Nuova Scena era nata già prima e Fo vi aderì solo più tardi. In quegli anni partirono molte esperienze interessanti come quella del Gruppo della Rocca in Toscana o il Collettivo di Parma che idearono circuiti di distribuzione alternativi.

Com’ era l’ambiente di lavoro nel Collettivo La Comune e qual era il tuo ruolo?
Senza alcun dubbio Dario Fo era il capocomico e Franca Rame la responsabile amministrativa.
Noi del Collettivo eravamo immersi nel progetto come monaci di una missione, anche se, fra le parole “collettivo, teatrale, La Comune” quella più attendibile era proprio teatrale.
Fo si portava appresso un grande vantaggio: aveva una particolare sensibilità nei confronti del pubblico per cui aveva assunto appieno lo spirito di quegli anni. Lui faceva cose che voi umani non potete immaginare…
E non era certo secondario che si portasse in scena “Morte accidentale di un anarchico” quando il cadavere di Pinelli era ancora caldo.
A quei tempi, io ero un militante del Movimento Studentesco e toccava a me, oltre a partecipare allo spettacolo, coordinare il dibattito che seguiva immancabilmente lo spettacolo stesso ma anche evitare i rischi politici più estremistici.
Chiusa l’esperienza di via Colletta, ci siamo trasferiti per un breve tempo presso il cinema Rossini a Quarto Oggiaro. Alla fine del 1972 avevamo aperto una sede in un cinema-teatro al Quarticciolo a Roma dove avvenne il debutto dello spettacolo “Pum! Pum! Chi è? La polizia!”. Un’altra sede era stata aperta a Bologna. L’organizzazione era però diventata sempre più difficile, quasi impossibile gestire l’ intera compagnia con tutte le sue componenti. Nell’estate successiva, finita la stagione, il Collettivo andò in crisi e nel 1974 l’esperienza finisce. Dario e Franca presero un’altra strada.

Se possibile, un giudizio su Dario Fo e il suo teatro?
Il momento più appagante era quando Fo ci leggeva il testo dello spettacolo. Un’esperienza indimenticabile. Dario era un vulcano di idee e di creatività teatrale. Assolutamente un fuoriclasse, con una grande tecnica di palcoscenico in tutti i suoi aspetti. Essendo anche pittore, aveva brillanti idee sull’utilizzo dello spazio e dei colori. Dotato di enorme estro, sfruttava il proprio fisico in un modo fantastico. Grandissima tecnica che generava un spontaneità naturale. Riusciva a fare le cose più difficili con apparente naturalezza. Quando accadeva che uno spettacolo non funzionasse, introduceva elementi folgoranti di improvvisazione e, per gli altri attori in scena, era difficilissimo andargli dietro. Era però molto rigoroso, in scena sapeva stare al gioco e coglieva ogni sfumatura dell’espressione e del gesto.

Silvano Piccardi












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