Referendum. «Il sorteggio del CSM non elimina le correnti e rischia di indebolire l’autonomia della magistratura»
L’indipendenza della magistratura non è un privilegio corporativo, ma una garanzia per i cittadini. Per contrastare le eventuali degenerazioni “correntizie” senza compromettere l’indipendenza del CSM, basterebbero regole più chiare di trasparenza nelle nomine, ovvero un intervento sulle cause strutturali del carrierismo, non sulla rappresentatività dell’Istituzione.
(Maurizio Bardi)11/03/2026

Nelle precedenti interviste abbiamo esaminato il tema dell’equilibrio tra i poteri, il ruolo del CSM e il sistema disciplinare. La riforma costituzionale interviene però anche sulla composizione del Consiglio Superiore della Magistratura, introducendo il sorteggio dei membri togati e un diverso meccanismo per la componente di nomina politica. Si tratta di una delle innovazioni più discusse dell’intero impianto riformatore.
Ne parliamo ancora con Sergio Rossetti, magistrato del Tribunale di Milano, membro della Giunta Esecutiva Centrale dell’ANM e componente del Comitato per il NO.
Dottor Rossetti, la riforma prevede il sorteggio dei membri togati del CSM. Perché l’ANM guarda con forte preoccupazione a questa scelta?
Perché il sorteggio puro della componente togata, affiancato a un meccanismo di selezione della componente di nomina politica che resta invece organizzato e strutturato, rappresenta probabilmente la soluzione più populista e meno razionale tra quelle proposte dalla riforma. L’argomento dei sostenitori del SÌ è noto: dopo il cosiddetto “caso Palamara”, si sostiene che le correnti si sarebbero impadronite del CSM e che l’unico modo per espungerle sarebbe sterilizzarne il ruolo attraverso l’estrazione a sorte dei consiglieri togati. Ma si tratta di una risposta semplicistica a un problema reale e complesso.
Qual è la logica che viene proposta dai sostenitori del sorteggio?
La tesi è che, siccome in una democrazia non è possibile eliminare le correnti - che sono libere associazioni di pensiero - allora occorrerebbe neutralizzarle impedendo che incidano sull’elezione dei membri del CSM. A questa impostazione si aggiunge spesso, anche in modo ironico, l’argomento secondo cui “i magistrati sono tutti bravi”, richiamando il fatto che le valutazioni di professionalità quadriennali sono nella quasi totalità positive. Ma questo ragionamento trascura la natura stessa di quelle valutazioni, che non sono un esame competitivo bensì una verifica della permanenza dei requisiti già accertati con un concorso estremamente selettivo, tanto difficile che spesso non consente nemmeno di coprire tutti i posti banditi.
Il caso Palamara viene indicato come prova del fallimento del sistema elettivo. È una lettura corretta?
Lo scandalo Palamara è stato gravissimo e ha riguardato tentativi di condizionamento di una nomina apicale, quella del Procuratore della Repubblica di Roma, anche attraverso interlocuzioni notturne con esponenti politici e consiglieri del CSM poi dimessisi. È un fatto di inaudita gravità, ma dimostra soprattutto un dato strutturale: il potere politico ha sempre avuto interesse a incidere sugli assetti della magistratura. Oggi esiste il CSM, che durante il fascismo non c’era, e proprio per questo la separazione dei poteri deve essere difesa ogni giorno, non data per acquisita una volta per tutte.
Quindi l’autonomia della magistratura è un valore in continua costruzione?
Esattamente. L’autonomia e l’indipendenza, come tutti i principi costituzionali, non sono mai definitivamente compiuti: sono un equilibrio dinamico, da preservare sia da interferenze esterne sia da degenerazioni interne. La magistratura non deve essere difesa solo dagli attacchi della politica, ma anche da eventuali distorsioni che si sviluppano al suo interno, come logiche spartitorie nelle nomine agli incarichi direttivi. E questo, nello scandalo emerso nel 2019, è effettivamente accaduto: accordi fondati più sull’appartenenza che sul merito.
Si può parlare di una reale “degenerazione correntizia”?
Una degenerazione c’è stata e ha prodotto un danno serio in termini di fiducia dei cittadini. Va però ridimensionata rispetto alla narrativa più radicale: le scelte del CSM avvengono comunque tra candidati con profili spesso molto simili e sono soggette al controllo del giudice amministrativo, dal TAR al Consiglio di Stato. Inoltre, non risulta che tali dinamiche abbiano inciso sull’attività giurisdizionale in senso stretto. Ciò non toglie che il vulnus reputazionale sia stato significativo, perché la giurisdizione si fonda sulla fiducia, non sul consenso politico.
Le correnti vengono spesso descritte come “partiti della magistratura”. È una rappresentazione corretta?
No, è una semplificazione fuorviante. Le correnti sono più scuole di pensiero sul ruolo della giurisdizione, sull’efficienza del servizio giustizia e sull’attuazione dei diritti costituzionali. Non hanno finalità politiche e rappresentano il pluralismo interno alla magistratura. Hanno contribuito in modo decisivo alla costruzione di una magistratura orizzontale, non gerarchica, e allo sviluppo del dibattito democratico su temi cruciali come il contrasto alla mafia e al terrorismo. La quasi totalità dei magistrati aderisce all’ANM, mentre gli iscritti attivi alle singole correnti sono in realtà una minoranza.
Da dove nasce, allora, il fenomeno degenerativo nelle nomine?
Le radici vanno ricercate nella riforma del 2006 sull’ordinamento giudiziario. Prima di allora gli incarichi direttivi erano attribuiti prevalentemente per anzianità, un sistema ritenuto insoddisfacente anche dalla stessa magistratura. La riforma introdusse criteri condivisibili sulla carta - temporaneità degli incarichi e valorizzazione del merito - ma, essendo formulati in modo ampio ed elastico, hanno accresciuto la discrezionalità del CSM. Questo ha favorito dinamiche carrieristiche e reso più appetibili gli incarichi direttivi, creando lo spazio per mediazioni opache e per l’emersione di figure di potere interne.
Dopo il 2019 come ha reagito la magistratura?
La reazione è stata innanzitutto interna e molto severa. Molti magistrati, estranei a logiche di carriera, hanno respinto con forza quel modello. L’ANM ha promosso anche un referendum consultivo interno: partecipò circa il 55% degli aventi diritto e poco meno del 40% — circa 1.800 voti — si espresse a favore del sorteggio dei membri del CSM. Fu una reazione emotiva, comprensibile nel contesto dello scandalo, ma non rappresentativa di un orientamento stabile. Oggi, salvo una minoranza molto ridotta, la quasi totalità della magistratura è contraria al sorteggio.
Il legislatore è intervenuto nel frattempo sul sistema delle nomine?
Sì. Nel 2022 sono stati introdotti criteri più stringenti che circoscrivono la discrezionalità del CSM nelle nomine direttive. Era proprio l’elasticità delle norme precedenti ad aver consentito prassi discutibili. Dopo alcuni anni di applicazione, i primi dati indicano un effetto positivo: secondo quanto riferito anche dal vicepresidente del CSM, circa l’80% delle nomine avviene oggi all’unanimità. Ciò dimostra che regole chiare riducono le tensioni correntizie molto più efficacemente del sorteggio.
Perché il sorteggio non risolverebbe il problema delle correnti?
Perché non elimina la discrezionalità, che resta il cuore delle decisioni sulle nomine. Anzi, la sgancia da ogni forma di responsabilità rappresentativa. Oggi i consiglieri togati sono eletti, presentano un programma istituzionale e devono rendere conto agli elettori delle proprie scelte. Con il sorteggio avremmo consiglieri privi di mandato e di accountability, con il rischio di decisioni meno trasparenti e meno tracciabili.
Quali effetti produrrebbe l’asimmetria tra togati sorteggiati e membri laici di nomina politica?
È un profilo decisivo. I membri laici esprimono sensibilità politiche organizzate e coordinate, mentre i togati sorteggiati rappresenterebbero solo se stessi. Anche se numericamente inferiori, i componenti di nomina politica potrebbero agire in modo unitario e incidere sugli equilibri interni del CSM, spezzando una maggioranza togata che esisterebbe solo formalmente. In termini sistemici, si rischierebbe di consegnare alla politica un vero e proprio “pacchetto di controllo” dell’organo di autogoverno.
I sostenitori del SÌ replicano che non è detto che questo accada.
Il punto costituzionale non è se accadrà, ma se può accadere. Le riforme costituzionali non si costruiscono sull’ottimismo, bensì sulla prevenzione dei rischi. Non è casuale che il sorteggio dei membri degli organi di autogoverno della magistratura non sia previsto in nessun ordinamento democratico moderno. Le costituzioni nascono proprio per evitare che errori storici - come il controllo politico della magistratura sperimentato durante il fascismo - possano ripetersi sotto forme diverse.
In conclusione, quale sarebbe la strada più efficace per contrastare le degenerazioni senza compromettere l’indipendenza?
Continuare a rafforzare regole chiare, criteri oggettivi e trasparenza nelle nomine, intervenendo sulle cause strutturali del carrierismo, non sulla rappresentatività del CSM. L’indipendenza della magistratura non è un privilegio corporativo, ma una garanzia per i cittadini. Indebolire l’organo di autogoverno attraverso il sorteggio rischia di ridurre la fiducia nella giurisdizione e di aprire spazi di condizionamento esterno che la Costituzione, invece, intende prevenire
Ne parliamo ancora con Sergio Rossetti, magistrato del Tribunale di Milano, membro della Giunta Esecutiva Centrale dell’ANM e componente del Comitato per il NO.
Dottor Rossetti, la riforma prevede il sorteggio dei membri togati del CSM. Perché l’ANM guarda con forte preoccupazione a questa scelta?
Perché il sorteggio puro della componente togata, affiancato a un meccanismo di selezione della componente di nomina politica che resta invece organizzato e strutturato, rappresenta probabilmente la soluzione più populista e meno razionale tra quelle proposte dalla riforma. L’argomento dei sostenitori del SÌ è noto: dopo il cosiddetto “caso Palamara”, si sostiene che le correnti si sarebbero impadronite del CSM e che l’unico modo per espungerle sarebbe sterilizzarne il ruolo attraverso l’estrazione a sorte dei consiglieri togati. Ma si tratta di una risposta semplicistica a un problema reale e complesso.
Qual è la logica che viene proposta dai sostenitori del sorteggio?
La tesi è che, siccome in una democrazia non è possibile eliminare le correnti - che sono libere associazioni di pensiero - allora occorrerebbe neutralizzarle impedendo che incidano sull’elezione dei membri del CSM. A questa impostazione si aggiunge spesso, anche in modo ironico, l’argomento secondo cui “i magistrati sono tutti bravi”, richiamando il fatto che le valutazioni di professionalità quadriennali sono nella quasi totalità positive. Ma questo ragionamento trascura la natura stessa di quelle valutazioni, che non sono un esame competitivo bensì una verifica della permanenza dei requisiti già accertati con un concorso estremamente selettivo, tanto difficile che spesso non consente nemmeno di coprire tutti i posti banditi.
Il caso Palamara viene indicato come prova del fallimento del sistema elettivo. È una lettura corretta?
Lo scandalo Palamara è stato gravissimo e ha riguardato tentativi di condizionamento di una nomina apicale, quella del Procuratore della Repubblica di Roma, anche attraverso interlocuzioni notturne con esponenti politici e consiglieri del CSM poi dimessisi. È un fatto di inaudita gravità, ma dimostra soprattutto un dato strutturale: il potere politico ha sempre avuto interesse a incidere sugli assetti della magistratura. Oggi esiste il CSM, che durante il fascismo non c’era, e proprio per questo la separazione dei poteri deve essere difesa ogni giorno, non data per acquisita una volta per tutte.
Quindi l’autonomia della magistratura è un valore in continua costruzione?
Esattamente. L’autonomia e l’indipendenza, come tutti i principi costituzionali, non sono mai definitivamente compiuti: sono un equilibrio dinamico, da preservare sia da interferenze esterne sia da degenerazioni interne. La magistratura non deve essere difesa solo dagli attacchi della politica, ma anche da eventuali distorsioni che si sviluppano al suo interno, come logiche spartitorie nelle nomine agli incarichi direttivi. E questo, nello scandalo emerso nel 2019, è effettivamente accaduto: accordi fondati più sull’appartenenza che sul merito.
Si può parlare di una reale “degenerazione correntizia”?
Una degenerazione c’è stata e ha prodotto un danno serio in termini di fiducia dei cittadini. Va però ridimensionata rispetto alla narrativa più radicale: le scelte del CSM avvengono comunque tra candidati con profili spesso molto simili e sono soggette al controllo del giudice amministrativo, dal TAR al Consiglio di Stato. Inoltre, non risulta che tali dinamiche abbiano inciso sull’attività giurisdizionale in senso stretto. Ciò non toglie che il vulnus reputazionale sia stato significativo, perché la giurisdizione si fonda sulla fiducia, non sul consenso politico.
Le correnti vengono spesso descritte come “partiti della magistratura”. È una rappresentazione corretta?
No, è una semplificazione fuorviante. Le correnti sono più scuole di pensiero sul ruolo della giurisdizione, sull’efficienza del servizio giustizia e sull’attuazione dei diritti costituzionali. Non hanno finalità politiche e rappresentano il pluralismo interno alla magistratura. Hanno contribuito in modo decisivo alla costruzione di una magistratura orizzontale, non gerarchica, e allo sviluppo del dibattito democratico su temi cruciali come il contrasto alla mafia e al terrorismo. La quasi totalità dei magistrati aderisce all’ANM, mentre gli iscritti attivi alle singole correnti sono in realtà una minoranza.
Da dove nasce, allora, il fenomeno degenerativo nelle nomine?
Le radici vanno ricercate nella riforma del 2006 sull’ordinamento giudiziario. Prima di allora gli incarichi direttivi erano attribuiti prevalentemente per anzianità, un sistema ritenuto insoddisfacente anche dalla stessa magistratura. La riforma introdusse criteri condivisibili sulla carta - temporaneità degli incarichi e valorizzazione del merito - ma, essendo formulati in modo ampio ed elastico, hanno accresciuto la discrezionalità del CSM. Questo ha favorito dinamiche carrieristiche e reso più appetibili gli incarichi direttivi, creando lo spazio per mediazioni opache e per l’emersione di figure di potere interne.
Dopo il 2019 come ha reagito la magistratura?
La reazione è stata innanzitutto interna e molto severa. Molti magistrati, estranei a logiche di carriera, hanno respinto con forza quel modello. L’ANM ha promosso anche un referendum consultivo interno: partecipò circa il 55% degli aventi diritto e poco meno del 40% — circa 1.800 voti — si espresse a favore del sorteggio dei membri del CSM. Fu una reazione emotiva, comprensibile nel contesto dello scandalo, ma non rappresentativa di un orientamento stabile. Oggi, salvo una minoranza molto ridotta, la quasi totalità della magistratura è contraria al sorteggio.
Il legislatore è intervenuto nel frattempo sul sistema delle nomine?
Sì. Nel 2022 sono stati introdotti criteri più stringenti che circoscrivono la discrezionalità del CSM nelle nomine direttive. Era proprio l’elasticità delle norme precedenti ad aver consentito prassi discutibili. Dopo alcuni anni di applicazione, i primi dati indicano un effetto positivo: secondo quanto riferito anche dal vicepresidente del CSM, circa l’80% delle nomine avviene oggi all’unanimità. Ciò dimostra che regole chiare riducono le tensioni correntizie molto più efficacemente del sorteggio.
Perché il sorteggio non risolverebbe il problema delle correnti?
Perché non elimina la discrezionalità, che resta il cuore delle decisioni sulle nomine. Anzi, la sgancia da ogni forma di responsabilità rappresentativa. Oggi i consiglieri togati sono eletti, presentano un programma istituzionale e devono rendere conto agli elettori delle proprie scelte. Con il sorteggio avremmo consiglieri privi di mandato e di accountability, con il rischio di decisioni meno trasparenti e meno tracciabili.
Quali effetti produrrebbe l’asimmetria tra togati sorteggiati e membri laici di nomina politica?
È un profilo decisivo. I membri laici esprimono sensibilità politiche organizzate e coordinate, mentre i togati sorteggiati rappresenterebbero solo se stessi. Anche se numericamente inferiori, i componenti di nomina politica potrebbero agire in modo unitario e incidere sugli equilibri interni del CSM, spezzando una maggioranza togata che esisterebbe solo formalmente. In termini sistemici, si rischierebbe di consegnare alla politica un vero e proprio “pacchetto di controllo” dell’organo di autogoverno.
I sostenitori del SÌ replicano che non è detto che questo accada.
Il punto costituzionale non è se accadrà, ma se può accadere. Le riforme costituzionali non si costruiscono sull’ottimismo, bensì sulla prevenzione dei rischi. Non è casuale che il sorteggio dei membri degli organi di autogoverno della magistratura non sia previsto in nessun ordinamento democratico moderno. Le costituzioni nascono proprio per evitare che errori storici - come il controllo politico della magistratura sperimentato durante il fascismo - possano ripetersi sotto forme diverse.
In conclusione, quale sarebbe la strada più efficace per contrastare le degenerazioni senza compromettere l’indipendenza?
Continuare a rafforzare regole chiare, criteri oggettivi e trasparenza nelle nomine, intervenendo sulle cause strutturali del carrierismo, non sulla rappresentatività del CSM. L’indipendenza della magistratura non è un privilegio corporativo, ma una garanzia per i cittadini. Indebolire l’organo di autogoverno attraverso il sorteggio rischia di ridurre la fiducia nella giurisdizione e di aprire spazi di condizionamento esterno che la Costituzione, invece, intende prevenire
