Referendum. La terzietà del giudice non è uno slogan, ma un fatto
Il 22 e 23 Marzo saremo chiamati ad esprimerci sulla “riforma della giustizia”. Per meglio orientarci in questa difficile materia proseguiamo la conversazione con Sergio Rossetti, magistrato del Tribunale di Milano
(Maurizio Bardi)11/02/2026

Nella prima puntata abbiamo parlato dell’equilibrio tra i poteri e del ruolo del CSM.
Uno degli argomenti più ricorrenti a sostegno della riforma è però un altro: la separazione delle carriere servirebbe a garantire una vera terzietà del giudice. Se PM e giudici sono colleghi, si dice, il giudice non sarebbe davvero imparziale. È così?
Ne parliamo ancora con Sergio Rossetti, magistrato del Tribunale di Milano, membro della Giunta Esecutiva Centrale dell’ANM e del Comitato per il NO.
Dottor Rossetti, uno degli slogan più ripetuti è che la separazione delle carriere garantirebbe finalmente un giudice davvero terzo. Che cosa risponde?
Guardi, se il problema fosse davvero l’imparzialità del giudice, non varrebbe nemmeno la pena discuterne. Perché i giudici italiani sono imparziali. Non lo dico io: lo dicono i dati, che sono l’unica cosa seria quando si pensa di cambiare un sistema costituzionale.
Che cosa ci dicono questi dati?
Ci dicono che circa nel 50% dei casi in cui i PM chiedono la condanna, i giudici assolvono. Se i giudici fossero “appiattiti” sulle richieste del pubblico ministero, dovremmo registrare una percentuale di condanne nettamente superiore. Ma così non è.
E la cronaca giudiziaria, a cui spesso si ricorre in modo selettivo, lo conferma ogni giorno: capita continuamente che i PM chiedano la condanna e i giudici assolvano, e anche il contrario.
Può fare qualche esempio?
Basta guardare a casi notissimi che hanno coinvolto esponenti di governo, come Salvini o Delmastro. Salvini è stato assolto nel caso Open Arms, nonostante il PM ne avesse chiesto la condanna. Delmastro è stato condannato per rilevazione di segreto d’ufficio, nonostante il PM avesse chiesto l’assoluzione. Se davvero esistesse una colleganza che condiziona il giudice, questi esiti non si spiegherebbero.
Si sostiene però che nei Paesi con carriere separate il sistema sia più garantista per i cittadini.
Se fosse vero, dovremmo vedere dati migliori proprio nei Paesi in cui vige un sistema di separazione delle carriere. Meno ingiuste detenzioni, meno errori giudiziari. E invece accade il contrario.
In Francia, dove le carriere sono separate, le ingiuste detenzioni sono circa il 4%, contro l’1,3% dell’Italia. Negli Stati Uniti gli errori giudiziari sono circa quattro volte quelli italiani, nel Regno Unito circa tre volte tanto.
Quindi la separazione non rende il sistema più giusto?
Esattamente. Non è di per sé una garanzia per il cittadino. Si racconta che serva a rendere il giudice imparziale, ma i numeri dimostrano che il giudice lo è già. E il confronto internazionale dimostra che la separazione delle carriere non produce automaticamente più tutele.
Ha altre obiezioni all’argomento della maggiore terzietà?
Certo. Se davvero il giudice di primo grado fosse “condizionato” dal PM perché collega, allora anche il giudice d’appello sarebbe condizionato dal giudice di primo grado, e la Cassazione da quello d’appello.
Seguendo questo ragionamento, bisognerebbe separare le carriere anche tra i diversi gradi di giudizio. Ma nessuno lo propone, perché è evidente che non ha senso.
Eppure si insiste molto sull’appartenenza allo stesso ordine.
Sì, ma in modo incoerente. La stragrande maggioranza dei processi penali in Italia si svolge davanti al giudice di pace o in forma monocratica, dove giudice, PM e difensore appartengono tutti allo stesso ordine professionale: quello degli avvocati.
Eppure nessuno dice che quei processi siano ingiusti. Allora perché diventerebbe un problema se giudice e PM appartengono allo stesso ordine giudiziario?
Ma oggi giudici e PM possono davvero passare dall’una all’altra funzione?
In teoria sì, in pratica quasi mai. La legge consente il cambio di funzione una sola volta nella vita e cambiando regione. Lo fanno circa 30 magistrati l’anno su 9.000.
Francamente è difficile pensare che un fenomeno di queste dimensioni giustifichi una riforma costituzionale.
Lei sostiene anche che PM e avvocati non siano figure sovrapponibili.
Esatto. È un punto centrale. Il pubblico ministero non è l’avvocato dell’accusa.
PM e giudici hanno una funzione molto simile: applicare la legge nel caso concreto. Nessuno dei due “vince” un processo. Se la decisione è giusta, hanno entrambi fatto il loro dovere, qualunque sia l’esito.
E l’avvocato?
L’avvocato ha un compito diverso e legittimo: difendere il proprio cliente, anche se sa che è colpevole. Se ottiene l’assoluzione, l’avvocato vince. Ma il PM non perde.
Questa differenza è essenziale e spesso viene cancellata nel dibattito pubblico.
È questo assetto che oggi non piace?
Esattamente. Ed è per questo che già il Ministro Tajani parla di togliere al PM l’iniziativa delle indagini o addirittura la direzione della polizia giudiziaria. Solo così il PM diventerebbe davvero un “avvocato dell’accusa”.
Che cosa accadrebbe in uno scenario del genere?
Avremmo una giustizia all’americana. Negli Stati Uniti, dove l’iniziativa delle indagini è della polizia, sei procuratori del Minnesota si sono dimessi perché non potevano indagare sull’omicidio di Renee Good da parte dell’ICE.
È questo il modello che vogliamo?
Qual è allora la vera garanzia per i cittadini?
È avere un pubblico ministero come quello italiano: un magistrato indipendente, che sia il primo giudice che la polizia incontra nello svolgimento delle indagini, non il suo avvocato difensore.
Questo è un presidio fondamentale dei diritti.
Si dice infine che separare le carriere renda inevitabile separare anche il CSM.
Non è vero. Il confronto comparato dimostra l’esatto contrario. Esistono Paesi con carriere separate e un unico organo di autogoverno, altri con due consigli distinti, altri ancora con un solo consiglio per i giudici e nessun consiglio per i PM.
Separazione delle carriere e assetto dell’autogoverno sono piani concettualmente distinti. Lo sdoppiamento del CSM è una scelta politica, non una conseguenza obbligata.
Se davvero si fosse voluto discutere nel merito, come sarebbe dovuto avvenire?
In Parlamento. La Costituzione prevede un iter aggravato proprio per favorire un confronto ampio e approfondito. Ma qui quel confronto non c’è stato.
Il Governo ha presentato il testo e ha chiarito fin dall’inizio che non sarebbe cambiata una virgola. E così è stato: per la prima volta nella storia repubblicana, il Parlamento ha approvato una riforma costituzionale senza modificarla minimamente.
Che cosa resta allora?
Resta il dibattito pubblico. Quello che è mancato nelle aule parlamentari deve ora svolgersi davanti ai cittadini. Ed è questo il senso del referendum.
Uno degli argomenti più ricorrenti a sostegno della riforma è però un altro: la separazione delle carriere servirebbe a garantire una vera terzietà del giudice. Se PM e giudici sono colleghi, si dice, il giudice non sarebbe davvero imparziale. È così?
Ne parliamo ancora con Sergio Rossetti, magistrato del Tribunale di Milano, membro della Giunta Esecutiva Centrale dell’ANM e del Comitato per il NO.
Dottor Rossetti, uno degli slogan più ripetuti è che la separazione delle carriere garantirebbe finalmente un giudice davvero terzo. Che cosa risponde?
Guardi, se il problema fosse davvero l’imparzialità del giudice, non varrebbe nemmeno la pena discuterne. Perché i giudici italiani sono imparziali. Non lo dico io: lo dicono i dati, che sono l’unica cosa seria quando si pensa di cambiare un sistema costituzionale.
Che cosa ci dicono questi dati?
Ci dicono che circa nel 50% dei casi in cui i PM chiedono la condanna, i giudici assolvono. Se i giudici fossero “appiattiti” sulle richieste del pubblico ministero, dovremmo registrare una percentuale di condanne nettamente superiore. Ma così non è.
E la cronaca giudiziaria, a cui spesso si ricorre in modo selettivo, lo conferma ogni giorno: capita continuamente che i PM chiedano la condanna e i giudici assolvano, e anche il contrario.
Può fare qualche esempio?
Basta guardare a casi notissimi che hanno coinvolto esponenti di governo, come Salvini o Delmastro. Salvini è stato assolto nel caso Open Arms, nonostante il PM ne avesse chiesto la condanna. Delmastro è stato condannato per rilevazione di segreto d’ufficio, nonostante il PM avesse chiesto l’assoluzione. Se davvero esistesse una colleganza che condiziona il giudice, questi esiti non si spiegherebbero.
Si sostiene però che nei Paesi con carriere separate il sistema sia più garantista per i cittadini.
Se fosse vero, dovremmo vedere dati migliori proprio nei Paesi in cui vige un sistema di separazione delle carriere. Meno ingiuste detenzioni, meno errori giudiziari. E invece accade il contrario.
In Francia, dove le carriere sono separate, le ingiuste detenzioni sono circa il 4%, contro l’1,3% dell’Italia. Negli Stati Uniti gli errori giudiziari sono circa quattro volte quelli italiani, nel Regno Unito circa tre volte tanto.
Quindi la separazione non rende il sistema più giusto?
Esattamente. Non è di per sé una garanzia per il cittadino. Si racconta che serva a rendere il giudice imparziale, ma i numeri dimostrano che il giudice lo è già. E il confronto internazionale dimostra che la separazione delle carriere non produce automaticamente più tutele.
Ha altre obiezioni all’argomento della maggiore terzietà?
Certo. Se davvero il giudice di primo grado fosse “condizionato” dal PM perché collega, allora anche il giudice d’appello sarebbe condizionato dal giudice di primo grado, e la Cassazione da quello d’appello.
Seguendo questo ragionamento, bisognerebbe separare le carriere anche tra i diversi gradi di giudizio. Ma nessuno lo propone, perché è evidente che non ha senso.
Eppure si insiste molto sull’appartenenza allo stesso ordine.
Sì, ma in modo incoerente. La stragrande maggioranza dei processi penali in Italia si svolge davanti al giudice di pace o in forma monocratica, dove giudice, PM e difensore appartengono tutti allo stesso ordine professionale: quello degli avvocati.
Eppure nessuno dice che quei processi siano ingiusti. Allora perché diventerebbe un problema se giudice e PM appartengono allo stesso ordine giudiziario?
Ma oggi giudici e PM possono davvero passare dall’una all’altra funzione?
In teoria sì, in pratica quasi mai. La legge consente il cambio di funzione una sola volta nella vita e cambiando regione. Lo fanno circa 30 magistrati l’anno su 9.000.
Francamente è difficile pensare che un fenomeno di queste dimensioni giustifichi una riforma costituzionale.
Lei sostiene anche che PM e avvocati non siano figure sovrapponibili.
Esatto. È un punto centrale. Il pubblico ministero non è l’avvocato dell’accusa.
PM e giudici hanno una funzione molto simile: applicare la legge nel caso concreto. Nessuno dei due “vince” un processo. Se la decisione è giusta, hanno entrambi fatto il loro dovere, qualunque sia l’esito.
E l’avvocato?
L’avvocato ha un compito diverso e legittimo: difendere il proprio cliente, anche se sa che è colpevole. Se ottiene l’assoluzione, l’avvocato vince. Ma il PM non perde.
Questa differenza è essenziale e spesso viene cancellata nel dibattito pubblico.
È questo assetto che oggi non piace?
Esattamente. Ed è per questo che già il Ministro Tajani parla di togliere al PM l’iniziativa delle indagini o addirittura la direzione della polizia giudiziaria. Solo così il PM diventerebbe davvero un “avvocato dell’accusa”.
Che cosa accadrebbe in uno scenario del genere?
Avremmo una giustizia all’americana. Negli Stati Uniti, dove l’iniziativa delle indagini è della polizia, sei procuratori del Minnesota si sono dimessi perché non potevano indagare sull’omicidio di Renee Good da parte dell’ICE.
È questo il modello che vogliamo?
Qual è allora la vera garanzia per i cittadini?
È avere un pubblico ministero come quello italiano: un magistrato indipendente, che sia il primo giudice che la polizia incontra nello svolgimento delle indagini, non il suo avvocato difensore.
Questo è un presidio fondamentale dei diritti.
Si dice infine che separare le carriere renda inevitabile separare anche il CSM.
Non è vero. Il confronto comparato dimostra l’esatto contrario. Esistono Paesi con carriere separate e un unico organo di autogoverno, altri con due consigli distinti, altri ancora con un solo consiglio per i giudici e nessun consiglio per i PM.
Separazione delle carriere e assetto dell’autogoverno sono piani concettualmente distinti. Lo sdoppiamento del CSM è una scelta politica, non una conseguenza obbligata.
Se davvero si fosse voluto discutere nel merito, come sarebbe dovuto avvenire?
In Parlamento. La Costituzione prevede un iter aggravato proprio per favorire un confronto ampio e approfondito. Ma qui quel confronto non c’è stato.
Il Governo ha presentato il testo e ha chiarito fin dall’inizio che non sarebbe cambiata una virgola. E così è stato: per la prima volta nella storia repubblicana, il Parlamento ha approvato una riforma costituzionale senza modificarla minimamente.
Che cosa resta allora?
Resta il dibattito pubblico. Quello che è mancato nelle aule parlamentari deve ora svolgersi davanti ai cittadini. Ed è questo il senso del referendum.
