La casa deserta
Il romanzo di Lidija Cukovskaja è la proposta di lettura per il mese di dicembre nell’ambito del ciclo “Libri di autrici da riscoprire”.
(Raffaele Santoro)28/11/2025

Scritto fra il novembre del '39 e il febbraio del '40 “La casa deserta” si svolge in quei terribili anni del regime staliniano, coincidenti con la seconda metà degli anni '30, noti come gli anni delle Grandi Purghe dominati, come essi furono, da una repressione vasta e spietata. Durante quegli anni la paura e il terrore divennero parte costitutiva della vita dei cittadini sovietici, tanto che tale periodo è noto anche come Grande Terrore, in quanto deportazioni, processi ed uccisioni sommarie erano all'ordine del giorno, colpendo anche semplici cittadini, solo perchè sospettati di essere ostili al regime. E, rispetto a quegli eventi, “La casa deserta” fu scritto da Lidija Čukovskaja in presa diretta costituendo, da questo punto di vista, non solo un racconto tragicamente intenso, che rende benissimo l'evolversi e il pathos degli avvenimenti, ma anche un documento straordinario di ciò che significò per tante persone trovarsi a vivere in quella situazione.
E proprio di una vicenda tipica di quegli anni fu vittima la stessa Čukovskaja (1907–1996), avendo assistito, nel '37, all’arresto improvviso e alla scomparsa del marito di cui, solo nel '57, riceverà la conferma ufficiale della morte che, in realtà, era già avvenuta nel '38, a sua insaputa. Ed è a partire da quell'esperienza, da lei vissuta, che nasce la stesura de “La casa deserta”, la cui protagonista, Ol’ga Petrovna, è una madre e, come tale, si troverà coinvolta in un' inverosimile e allucinante vicenda che coinvolgerà il proprio figlio Kolja, ritrovandosi a lottare tra la dedizione a suo figlio e la dedizione a ciò che l'autorità, dominta dal partito, faceva e diceva, finendo vittima dello scontro umano e disumano tra queste due dedizioni. “La casa deserta” fu edito per la prima volta da noi nel 1977 e, nel 2019, è stato riedito dalla casa editrice Calabuig.
Rimasta improvvisamente vedova Olga decide di cercarsi un lavoro e ciò, soprattutto, per garantire a Kolia di proseguire i suoi studi. Così si iscrive a un corso di dattilografia e, diplomatasi con profitto, si impiega in una grande casa editrice di Leningrado, venendole subito riconosciute competenza, dedizione e autorevolezza. Questa sua diligenza, questo suo comportarsi in modo trasparente, responsabile e “generoso” costituirà un discrimine palese rispetto al sistema manipolatorio, incentrato sulla macchinazione, messo in atto dagli apparati del Partito, sia da quelli interni al posto di lavoro che da quelli esterni, con cui Olga si dovrà confrontare in modo sempre più devastante. Un sistema basato sull’arbitrio, su modalità umilianti e spregevoli, in cui il rispetto della dignità e della stessa vita umana si riveleranno, come vedremo, del tutto assenti.
Tuttavia vi è, collettivamente, un'accettazione del “sistema” generatosi con la Rivoluzione, che si è ormai attuato ed è penetrato nella vita delle persone e nella realtà delle cose. Un'accettazione delle sue regole e delle sue logiche, laddove le rinunce, le perdite, le limitazioni, rispetto a quella che era la propria libertà e la propria condizione personale, costituivano un dato di fatto. E ciò in nome dei fini superiori di giustizia e di eguali condizioni per tutti che esso propugnava e si prefiggeva di garantire, facendosi forti del valore morale insito in quelle restrizioni individuali subite in nome di quelle collettive le quali, a loro volta, erano incanalate dentro una modalità coagulante che i singoli, consciamente o inconsciamente, avevano introiettato che era quella della disciplina. Alimentata dal Partito, onnipresente attraverso le sue ramificazioni, che erano volte a costruirne il culto e a radicarne il legame.
E quella pervasività e predominanza del Partito agirà anche in relazione a Kolia che, felicemente dedito ai suoi studi di Meccanica, nel relativo istituto universitario, e già impiegato come disegnatore in un ufficio progetti, viene spedito, all'improvviso in una fabbrica di un'altra città. Ed anche di fronte a quell'allontanamento di Kolia, avvenuto senza alcuna attenzione alle sue esigenze, l'accettazione dello stato delle cose resterà per Olga incrollabile, così come per Kolia il quale aveva accettato quella decisione senza discussioni. Siamo all'inizio del '37 e tutto, fino a quel momento, sembra andare per Olga per il meglio. Ma proprio a partire da quel momento la vita di Olga cambierà e, insieme alla sua, quella di molte altre madri e mogli. “In gennaio i giornali cominciarono a pubblicare articoli su un nuovo processo". Infatti alla fine di gennaio del '37 si svolgerà il secondo “grande processo” detto dei “Diciassette”, tanti erano infatti gli imputati, tredici dei quali saranno condannati alla pena capitale e giustiziati. Questo processo aveva fatto seguito al primo “grande processo”, detto dei “Sedici” nel quale, tra gli imputati, vi erano Kamenev e Zinoviev, indicati da Lenin nel suo testamento, con Bukharin, Trotski e Stalin come suoi possibili successori, che si era svolto ad agosto del 1936, al termine del quale tutti gli accusati erano stati condannati alla fucilazione. E, nel contesto di questo clima, iniziano a susseguirsi gli arresti e si moltiplicano le epurazioni le quali avvengono in modo pretestuoso, basate unicamente sulla cultura del sospetto, alimentata e applicata in modo ossessivo e paranoico, come avverrà anche là dove lavora Olga. E di fronte a tutto ciò - che smarrisce e lascia increduli - persone come Olga si aggrappano all' idea che si tratti di equivoci che si chiariranno. Non vivendo in prima persona queste vicende Olga continua a credere che vi sia una sostanziale fondatezza nell' agire del Partito, il quale, suo modo, sarebbe in "buona fede", non possedendo elementi sufficienti per poterne dubitare.
Ma tutto cambierà per Olga Petrovna quando ad essere coinvolta sarà lei stessa allorché le verrà arrestato suo figlio Kolia, proprio là dove egli aveva sin lì lavorato con successo e ciò, ovviamente, senza che se ne sapesse il motivo. Da quel momento l' esistenza di Olga si trasformerà in un incubo e inizierà per lei una vera e propria odissea. Già solo per riuscire a sapere qualcosa di quell' arresto si dovrà assoggettare a una penosa e umiliante prassi quella delle “code”. E il racconto di queste "code" e di ciò che esse rappresentavano in termini di abbrutimento fisico e di disumanità per coloro che le dovevano fare è sicuramente uno dei temi centrali e più angoscianti de "La casa deserta". Queste "code" erano infatti la tragica condizione a cui erano costrette moltissime donne che cercavano disperatamente di avere, da una burocrazia ostile che, di fatto, si negava, notizie dei loro mariti e figli scomparsi. Lì per lì Olga si illude ancora che possa trattarsi di un “mostruoso equivoco”, che certe cose non possono avvenire nel suo Paese ma, ben presto, sarà risucchiata in quell' allucinante trafila delle ricerche ed inizierà anche per lei quel calvario fatto di desolanti attese, da un ufficio all'altro, con il gelo o sotto il sole, per mesi.
Ed è, questo dell'attesa, insieme a quello del totale disincanto e della conseguente disperazione, il tema che fa di questo romanzo non solo una testimonianza ma anche una descrizione potente di che cosa possono diventare l'esistenza e la condizione umana. Quel diventare appunto ostaggio non solo del Partito, del potere, del sistema, ma dell'attesa in sé. Un'attesa di fatto impersonale e senza volto con la quale non si può interagire. Una costrizione che annichilisce, della quale si è prigionieri e contro la quale è impossibile combattere. Una kafkiana impotenza dominerà infatti, da lì in poi, la vita di Olga e di quelle donne che, come lei, tentano di avere e darsi una speranza che però viene loro sistematicamente distrutta e negata.
E' una generale condizione di ingiustizia quella che Olga sperimenta ormai in tutti gli ambiti della sua vita, anche nel suo ufficio, nel quale si affermano mediocrità e soprusi. E chi si rivela asservito e prono viene tenuto in considerazione anche se senza meriti, anzi proprio per la sua pochezza e bassezza. E' quindi questa situazione, a dir poco raggelante, quella che Olga Petrovna sente e registra intorno a sé. Tutte le vicende che la coinvolgono appaiono infatti inquietanti e oscure, come muri che si ergono, invalicabili e impenetrabili. E', di fatto, un vivere in una condizione di pericolo e di paura costanti. Illazioni, accuse, sospetti, non sorretti da alcunché di valido, formano un insieme colloso e inestricabile, come una rete nella quale, senza sapere il perché e il come, si può finire catturati e fatti prigionieri. Capacità, meriti, diligenza, onestà, correttezza, di conseguenza, perdono qualsiasi valore. E l' avere manifestate e dimostrate in vari modi e momenti della propria vita le proprie qualità morali e intellettuali finisce per non avere più alcuna importanza di fronte alla "disciplina" imperante che vuole che si sia ciecamente e totalmente "complici" di quel sistema.
La tecnica è quella di separare, isolare, allontanare le persone tra loro impedendo di poterne conoscere i destini e le esistenze, conducendole ad una scomparsa reciproca, ad una condizione di inesistenza che contiene implicita l' idea della morte. Ma Olga - che si ostina e si illude di poter ancora uscire da quell' incubo, convinta che la vicenda di Kolia si chiarirà - constaterà, sgomenta ed incredula, che non solo Kolia era stato già condannato a "Dieci anni di campo lontano" come le comunicherà sbrigativamente e brutalmente il Procuratore, ma che Kolia aveva ammesso lui stesso di essere colpevole, vittima con tutta evidenza di una confessione estorta. Inizierà da quel momento per Olga una parabola discendente lungo un piano inclinato che la porterà a perdere ogni ancoraggio con quella che era stata sino ad allora la sua vita. In ufficio viene fatta oggetto di un esplicito atto d' accusa e, ormai isolata, sentendosi in pericolo, decide di licenziarsi. Nei posti di lavoro in cui si presenterà, scoperto che aveva dei parenti arrestati, immediatamente risulta che non c'è più nessun posto in organico. Rimedierà un impiego come avventizia in una biblioteca, mentre tutta la sua vita si svolge ormai nel timore per tutto ciò che la circonda.
Intanto è trascorso un anno dall' arresto di Kolia e Olga comincia a chiedersi se Kolia è ancora vivo. E, rasentando ormai una sorta di follia, arriva a convincersi che è stato rilasciato e che presto tornerà inventandosi, in tal senso, l'arrivo di una fantomatica lettera di Kolia. Ma una vera lettera di Kolia arriverà e rivelerà quello di cui era stato sin lì vittima chiedendo egli alla madre, in quella lettera, di aiutarlo. Ma quell' appello di Kolia resterà inevaso perché, come dirà ad Olga una persona fidata, scrivere un ricorso sarebbe stato assai peggio. Ormai svuotata e abbandonata a sé stessa Olga Petrovna darà fuoco a quella lettera e, con un gesto fatto di rabbia e di disperazione, la schiaccerà sotto i suoi piedi. E così quella casa: la casa di Olga Petrovna, resterà deserta.
E proprio di una vicenda tipica di quegli anni fu vittima la stessa Čukovskaja (1907–1996), avendo assistito, nel '37, all’arresto improvviso e alla scomparsa del marito di cui, solo nel '57, riceverà la conferma ufficiale della morte che, in realtà, era già avvenuta nel '38, a sua insaputa. Ed è a partire da quell'esperienza, da lei vissuta, che nasce la stesura de “La casa deserta”, la cui protagonista, Ol’ga Petrovna, è una madre e, come tale, si troverà coinvolta in un' inverosimile e allucinante vicenda che coinvolgerà il proprio figlio Kolja, ritrovandosi a lottare tra la dedizione a suo figlio e la dedizione a ciò che l'autorità, dominta dal partito, faceva e diceva, finendo vittima dello scontro umano e disumano tra queste due dedizioni. “La casa deserta” fu edito per la prima volta da noi nel 1977 e, nel 2019, è stato riedito dalla casa editrice Calabuig.
Rimasta improvvisamente vedova Olga decide di cercarsi un lavoro e ciò, soprattutto, per garantire a Kolia di proseguire i suoi studi. Così si iscrive a un corso di dattilografia e, diplomatasi con profitto, si impiega in una grande casa editrice di Leningrado, venendole subito riconosciute competenza, dedizione e autorevolezza. Questa sua diligenza, questo suo comportarsi in modo trasparente, responsabile e “generoso” costituirà un discrimine palese rispetto al sistema manipolatorio, incentrato sulla macchinazione, messo in atto dagli apparati del Partito, sia da quelli interni al posto di lavoro che da quelli esterni, con cui Olga si dovrà confrontare in modo sempre più devastante. Un sistema basato sull’arbitrio, su modalità umilianti e spregevoli, in cui il rispetto della dignità e della stessa vita umana si riveleranno, come vedremo, del tutto assenti.
Tuttavia vi è, collettivamente, un'accettazione del “sistema” generatosi con la Rivoluzione, che si è ormai attuato ed è penetrato nella vita delle persone e nella realtà delle cose. Un'accettazione delle sue regole e delle sue logiche, laddove le rinunce, le perdite, le limitazioni, rispetto a quella che era la propria libertà e la propria condizione personale, costituivano un dato di fatto. E ciò in nome dei fini superiori di giustizia e di eguali condizioni per tutti che esso propugnava e si prefiggeva di garantire, facendosi forti del valore morale insito in quelle restrizioni individuali subite in nome di quelle collettive le quali, a loro volta, erano incanalate dentro una modalità coagulante che i singoli, consciamente o inconsciamente, avevano introiettato che era quella della disciplina. Alimentata dal Partito, onnipresente attraverso le sue ramificazioni, che erano volte a costruirne il culto e a radicarne il legame.
E quella pervasività e predominanza del Partito agirà anche in relazione a Kolia che, felicemente dedito ai suoi studi di Meccanica, nel relativo istituto universitario, e già impiegato come disegnatore in un ufficio progetti, viene spedito, all'improvviso in una fabbrica di un'altra città. Ed anche di fronte a quell'allontanamento di Kolia, avvenuto senza alcuna attenzione alle sue esigenze, l'accettazione dello stato delle cose resterà per Olga incrollabile, così come per Kolia il quale aveva accettato quella decisione senza discussioni. Siamo all'inizio del '37 e tutto, fino a quel momento, sembra andare per Olga per il meglio. Ma proprio a partire da quel momento la vita di Olga cambierà e, insieme alla sua, quella di molte altre madri e mogli. “In gennaio i giornali cominciarono a pubblicare articoli su un nuovo processo". Infatti alla fine di gennaio del '37 si svolgerà il secondo “grande processo” detto dei “Diciassette”, tanti erano infatti gli imputati, tredici dei quali saranno condannati alla pena capitale e giustiziati. Questo processo aveva fatto seguito al primo “grande processo”, detto dei “Sedici” nel quale, tra gli imputati, vi erano Kamenev e Zinoviev, indicati da Lenin nel suo testamento, con Bukharin, Trotski e Stalin come suoi possibili successori, che si era svolto ad agosto del 1936, al termine del quale tutti gli accusati erano stati condannati alla fucilazione. E, nel contesto di questo clima, iniziano a susseguirsi gli arresti e si moltiplicano le epurazioni le quali avvengono in modo pretestuoso, basate unicamente sulla cultura del sospetto, alimentata e applicata in modo ossessivo e paranoico, come avverrà anche là dove lavora Olga. E di fronte a tutto ciò - che smarrisce e lascia increduli - persone come Olga si aggrappano all' idea che si tratti di equivoci che si chiariranno. Non vivendo in prima persona queste vicende Olga continua a credere che vi sia una sostanziale fondatezza nell' agire del Partito, il quale, suo modo, sarebbe in "buona fede", non possedendo elementi sufficienti per poterne dubitare.
Ma tutto cambierà per Olga Petrovna quando ad essere coinvolta sarà lei stessa allorché le verrà arrestato suo figlio Kolia, proprio là dove egli aveva sin lì lavorato con successo e ciò, ovviamente, senza che se ne sapesse il motivo. Da quel momento l' esistenza di Olga si trasformerà in un incubo e inizierà per lei una vera e propria odissea. Già solo per riuscire a sapere qualcosa di quell' arresto si dovrà assoggettare a una penosa e umiliante prassi quella delle “code”. E il racconto di queste "code" e di ciò che esse rappresentavano in termini di abbrutimento fisico e di disumanità per coloro che le dovevano fare è sicuramente uno dei temi centrali e più angoscianti de "La casa deserta". Queste "code" erano infatti la tragica condizione a cui erano costrette moltissime donne che cercavano disperatamente di avere, da una burocrazia ostile che, di fatto, si negava, notizie dei loro mariti e figli scomparsi. Lì per lì Olga si illude ancora che possa trattarsi di un “mostruoso equivoco”, che certe cose non possono avvenire nel suo Paese ma, ben presto, sarà risucchiata in quell' allucinante trafila delle ricerche ed inizierà anche per lei quel calvario fatto di desolanti attese, da un ufficio all'altro, con il gelo o sotto il sole, per mesi.
Ed è, questo dell'attesa, insieme a quello del totale disincanto e della conseguente disperazione, il tema che fa di questo romanzo non solo una testimonianza ma anche una descrizione potente di che cosa possono diventare l'esistenza e la condizione umana. Quel diventare appunto ostaggio non solo del Partito, del potere, del sistema, ma dell'attesa in sé. Un'attesa di fatto impersonale e senza volto con la quale non si può interagire. Una costrizione che annichilisce, della quale si è prigionieri e contro la quale è impossibile combattere. Una kafkiana impotenza dominerà infatti, da lì in poi, la vita di Olga e di quelle donne che, come lei, tentano di avere e darsi una speranza che però viene loro sistematicamente distrutta e negata.
E' una generale condizione di ingiustizia quella che Olga sperimenta ormai in tutti gli ambiti della sua vita, anche nel suo ufficio, nel quale si affermano mediocrità e soprusi. E chi si rivela asservito e prono viene tenuto in considerazione anche se senza meriti, anzi proprio per la sua pochezza e bassezza. E' quindi questa situazione, a dir poco raggelante, quella che Olga Petrovna sente e registra intorno a sé. Tutte le vicende che la coinvolgono appaiono infatti inquietanti e oscure, come muri che si ergono, invalicabili e impenetrabili. E', di fatto, un vivere in una condizione di pericolo e di paura costanti. Illazioni, accuse, sospetti, non sorretti da alcunché di valido, formano un insieme colloso e inestricabile, come una rete nella quale, senza sapere il perché e il come, si può finire catturati e fatti prigionieri. Capacità, meriti, diligenza, onestà, correttezza, di conseguenza, perdono qualsiasi valore. E l' avere manifestate e dimostrate in vari modi e momenti della propria vita le proprie qualità morali e intellettuali finisce per non avere più alcuna importanza di fronte alla "disciplina" imperante che vuole che si sia ciecamente e totalmente "complici" di quel sistema.
La tecnica è quella di separare, isolare, allontanare le persone tra loro impedendo di poterne conoscere i destini e le esistenze, conducendole ad una scomparsa reciproca, ad una condizione di inesistenza che contiene implicita l' idea della morte. Ma Olga - che si ostina e si illude di poter ancora uscire da quell' incubo, convinta che la vicenda di Kolia si chiarirà - constaterà, sgomenta ed incredula, che non solo Kolia era stato già condannato a "Dieci anni di campo lontano" come le comunicherà sbrigativamente e brutalmente il Procuratore, ma che Kolia aveva ammesso lui stesso di essere colpevole, vittima con tutta evidenza di una confessione estorta. Inizierà da quel momento per Olga una parabola discendente lungo un piano inclinato che la porterà a perdere ogni ancoraggio con quella che era stata sino ad allora la sua vita. In ufficio viene fatta oggetto di un esplicito atto d' accusa e, ormai isolata, sentendosi in pericolo, decide di licenziarsi. Nei posti di lavoro in cui si presenterà, scoperto che aveva dei parenti arrestati, immediatamente risulta che non c'è più nessun posto in organico. Rimedierà un impiego come avventizia in una biblioteca, mentre tutta la sua vita si svolge ormai nel timore per tutto ciò che la circonda.
Intanto è trascorso un anno dall' arresto di Kolia e Olga comincia a chiedersi se Kolia è ancora vivo. E, rasentando ormai una sorta di follia, arriva a convincersi che è stato rilasciato e che presto tornerà inventandosi, in tal senso, l'arrivo di una fantomatica lettera di Kolia. Ma una vera lettera di Kolia arriverà e rivelerà quello di cui era stato sin lì vittima chiedendo egli alla madre, in quella lettera, di aiutarlo. Ma quell' appello di Kolia resterà inevaso perché, come dirà ad Olga una persona fidata, scrivere un ricorso sarebbe stato assai peggio. Ormai svuotata e abbandonata a sé stessa Olga Petrovna darà fuoco a quella lettera e, con un gesto fatto di rabbia e di disperazione, la schiaccerà sotto i suoi piedi. E così quella casa: la casa di Olga Petrovna, resterà deserta.
