Rivolta dei pescatori di Santa Barbara

La prima proposta di lettura per il ciclo “Libri di autrici da riscoprire” è il romanzo di Anna Seghers pubblicato nel 1928. ()
Rivolta dei pescatori immagine
Anna Seghers - il cui vero nome era Netty Reiling - nel 1928, con il conferimento del rinomato premio Kleist, assegnatole per il suo romanzo Rivolta dei pescatori di S. Barbara edito quell'anno, che fu il suo primo romanzo nonché quello che la rivelò, entrò a pieno titolo tra i grandi letterati della Repubblica di Weimar. Nello stesso anno la Seghers entra a far parte della “Lega degli scrittori proletario-rivoluzionari” e si iscrive al Partito Comunista. Quell'anno la Seghers compirà “appena” ventotto anni, essendo nata il 19 novembre del 1900 a Magonza da genitori di religione ebraica.
Da questi brevi cenni biografici emergono due “appartenenze” che, manifestatesi in lei sin da giovane, la accompagneranno lungo tutto il corso della sua vita. Una è la dedizione alla letteratura che la porterà a raggiungere dei “successi” che la renderanno celebre, come quelli ottenuti con il romanzo “La settima croce”. L'altra è l'impegno politico nel solco degli ideali del comunismo che la portò, dopo la guerra - stante l'esilio a cui fu costretta durante il nazismo, essendo dovuta fuggire dalla Germania in quanto comunista ed ebrea - a vivere nella DDR, aderendone alla vita politica e culturale.

Entrambe queste esperienze, quella letteraria e quella politica, saranno, a loro volta, inscindibili per la Seghers che tradurrà, in chiave letteraria, contenuti e significati che le erano propri sul piano ideale ed etico politico. Già nella Rivolta dei pescatori di S, Barbara la Seghers si accostò ai grandi temi delle lotte e delle rivendicazioni di chi, come i protagonisti del romanzo, si trova in una condizione di sfruttamento e si batte per i propri diritti e per la propria dignità, raccontando la storia di uno sciopero e di una rivolta fallita. Con un vigore narrativo tipico della Seghers, viene messa a nudo la dura realtà della vita di quei pescatori, la loro voglia di riscatto e di affermazione ma vengono anche descritte le tensioni e le rotture che tra loro si genereranno e la violenza spietata del conflitto con i “padroni”che si troveranno a fronteggiare. Facendone un romanzo corale che diventa la storia di un intero villaggio e della lotta di chi lì vive per sopravvivere, narrata in modo intenso e suggestivo.

E ciò è ben descritto dalle parole di Italo Calvino che, nel recensire la prima edizione del romanzo, – da noi edito da Einaudi nel 1949 - lo definì un “... racconto lirico e insieme denso di fatti, tessuto dalla prima pagina all'ultima in un ininterrotto fluire di immagini nate come dal medesimo momento d'ispirazione, e tenuto su da una bravura di costruzione che non mostra mai i giunti. E' la storia d'uno dei primi scioperi di pescatori poveri del Mare del Nord. L’assunto sociale tiene vivo il racconto da capo a fondo, ma non è mai dichiarato in termini oratori o semplicemente politici; ogni sfumatura di contenuto trova l’immagine naturale per esprimersi con l’evidenza della rappresentazione poetica.”
E' infatti questa la caratteristica della prosa della Seghers in questo romanzo. E cioè la capacità di creare una forte tensione narrativa veicolandola con un linguaggio secco e conciso, fortemente allusivo e al tempo stesso lirico. Un linguaggio che non indugia su ciò che narra ma che esprime, nella sua “durezza”, la necessità del sentimento che vuole dire. Tutto ciò rende estremamente potente la narrazione facendole assumere dei sentori “biblici”, risultando assolutamente congeniale ai personaggi narrati che risaltano proprio per la laconicità del loro modo di essere e di esprimersi.
Ma la Seghers si rivela scrittrice di razza anche contenutisticamente, capace di suscitare emozioni ed evocare situazioni di grande autenticità senza concedere nulla a facili schematismi ideologico-politici. Anzi è la profonda umanità e tragicità dei personaggi che ne esce scolpita e illuminata. Vi è un significato che più di tutti qui risulta rappresentato ed è il bisogno di dare un senso alla propria vita, senso che viene identificato nella liberazione da una situazione insopportabile, non solo da un punto di vista materiale ma soprattutto umano ed esistenziale. Non è l'affermazione di un modello sociale quella che perseguono i personaggi ma è l'affermazione della propria libertà e della propria esistenza. Ma ciò, ben lungi dall'essere raggiunto, si rivelerà un “transito” foriero di lutti e di morte, un sogno che non si realizzerà.
Riedito nel 2016 dalla Federico Tozzi Editore con una nuova traduzione che aggiorna la precedente edizione Einaudi vi è, nella struttura del romanzo, uno sviluppo fatto di tre momenti: quello dell'attesa, quello della speranza e quello della sconfitta. In un “bianco e nero” gravido di silenzio la Seghers scolpisce l'impassibile fissità di quei marinai del villaggio di S. Barbara che, riuniti nella bettola, sembrano attendere che qualcosa li risvegli da quell'immobilità che li inchioda. Cova sotto i silenzi il desiderio di qualcosa che, opponendosi alla rassegnazione, faccia venire allo scoperto la rabbia repressa per quella miseria mortale a cui sono ridotti. Finché non appare sulla scena Hull, quell' Hull che già autore di una riuscita sollevazione di pescatori in un altro porto della costa adesso è ricercato e sta fuggendo e, nella sua fuga, è approdato a S. Barbara.

Hull è una figura enigmatica che fugge ma che anche sfugge. Nel suo agire sembra mosso più da forze che lo spingono che da un disegno preordinato destinato alla realizzazione di una causa. Come se quelle forze, quasi suo malgrado, trainassero la sua volontà. Egli non ha nulla del rivoluzionario di professione, non è il classico “agitatore”, eppure trasmette quel carisma e promana quella volontà che i pescatori di S. Barbara si aspettavano di sentire e provare, in altre parole egli risponde e corrisponde a quella sorta di attesa messianica che tra loro aleggiava. Hull diventa così il leader a cui affidarsi, colui che indica come muoversi, che infonde fiducia e che crea il formarsi della speranza. La speranza per la possibilità di vivere senza il disgusto e la vergogna che quella vita produce, in altre parole la speranza di un futuro nel quale potersi riconoscere.
Ma le cose andranno ben diversamente da come i pescatori di s. Barbara se le erano immaginate. Le loro richieste non verranno accettate e la compagnia armatrice farà un accordo separato con i pescatori degli altri villaggi che lo accetteranno tradendo l'iniziale unità. S. Barbara verrà militarizzata con l'invio di un reggimento, Hull verrà attivamente ricercato, gli imbarchi dei pescatori forestieri verranno presidiati dai soldati per impedire che i pescatori di S. Barbara li blocchino ed è lì, in quel frangente, che uno dei pescatori morirà, ucciso da uno di quei soldati. La ribellione da quel momento inizierà a declinare. I pescatori capitoleranno: accetteranno le condizioni imposte e si imbarcheranno, fino al definitivo arresto di Hull e alla partenza della prima nave.

Ora va detto che l'azione nella Rivolta non è definita né dal punto di vista del tempo né dello spazio. Non vi è infatti una specificazione del quando essa ha luogo e per quanto le descrizioni possano fare pensare ad un'ambientazione situata nel mare del Nord tale ambientazione non è indicata. In tale contesto, atemporale e geograficamente indifferenziato, quasi astorico, assumono perciò particolare significato le considerazioni in merito all'enigmaticità del personaggio di Hull prima riportate.
Da tutto ciò si può pertanto derivare che la Seghers abbia immesso nelle vicende narrate una dimensione sovraindividuale che sovraintende i personaggi e le cose. Una dimensione data dallo scontro tra un male e un bene che vanno al di là della storia concreta in cui quelle vicende hanno luogo. In altre parole la Seghers risale ad un livello superiore che chiama in causa l’uomo in quanto tale, nel suo essere capace di generare l'oppressione ma anche di resistervi e di opporvisi in virtù di forze intrinseche all’uomo stesso. E che qui il “processo” sia più importante dell' esito lo conferma il fatto che se è vero che la “rivolta” fallisce tuttavia essa, dice la Seghers, non è morta. Del suo fallimento ella ce ne parla già nella prima pagina, dove ci descrive, in poche righe, laconicamente, la normalizzazione seguita alla sollevazione, aggiungendovi poi queste parole: “Ma molto tempo dopo il ritiro dei militari, con i pescatori in mare, la rivolta sedette ancora sulla piazza del mercato deserta, bianca, brulla d'un brullo estivo, a pensare con calma ai suoi, ch'essa aveva generato, cresciuto, assistito e custodito per quello che per loro fu il meglio.” C'è in tali parole - in cui sembra che la Seghers tragga una conclusione ottimistica da una sconfitta - un'idea della rivolta come parte di un processo che si costituisce come orizzonte verso il quale tendere. Un' orizzonte che rende possibile dire che nulla è accaduto invano né è stato privo di senso. Quei pescatori appaiono, in questa luce, degli sconfitti ma non dei vinti in quanto resi partecipi e interpreti di una idea - l'idea di un mondo diverso - che si è comunque insediata e ha germinato. La sconfitta, posta come essa è già all'inizio della narrazione, diventa così, paradossalmente, non la fine della vicenda bensì il suo punto di partenza.

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