Human Week. Il puma

Racconti di dipendenza, violenza e libertà ritrovata.
Un’ultima storia vera, un’ulteriore esperienza vissuta che raccontiamo prima dell’incontro che si terrà presso l’Auditorium Stefano Cerri, il pomeriggio di sabato 4 ottobre.
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Ismael NERY by Catherine La Rose (4)
Anche questa volta proponiamo un racconto che ci può far pensare alle nostre stesse esperienze, perché anche attraverso le storie degli altri si può imparare a riconoscere i segnali dei pericoli da cui rifuggire.
La violenza non è sempre e solo fisica e non si annida solo in rapporti malati all’interno della famiglia. Situazioni di dipendenza affettiva, di manipolazione sottile, di progressiva perdita di autonomia di giudizio e di comportamento si possono verificare anche in contesti ben diversi, anche lavorativi. Ed è importante riconoscerne i segnali.

Di tutto questo, se vorrete, ne parleremo insieme durante il workshop “Liberiamoci”, che si terrà all’interno della HumanWeek, sabato 4 ottobre alle ore 15:30, presso l’Auditorium Stefano Cerri.
Un evento gratuito al quale siete tutti invitati a partecipare.


OMBRE E RINASCITE


IL PUMA

Un ambiente professionale tossico, la manipolazione sottile e il crollo interiore. La caduta che diventa occasione di riscatto e rinascita.

Ho sempre creduto che il lavoro fosse molto più di un contratto o di uno stipendio. Per me significava confronto, crescita, appartenenza. Per anni ho dato tutta me stessa a una grande azienda che si vantava di essere tra i “best place to work”. Ero riconosciuta, premiata, rispettata: la “paladina del lavoro”, sempre pronta a risolvere problemi e ad andare oltre le aspettative.

Quando arrivò un nuovo manager, lo accolsi con fiducia. Sembrava carismatico, sorridente, pronto all’ascolto. Mi lasciava autonomia, valorizzava le mie competenze, mi guardava quasi con reverenza. Ma presto la facciata si incrinò. Dietro quel sorriso c’era un uomo incapace di decidere, paralizzato dall’ansia, indifferente alle difficoltà dei colleghi. Non guidava: si nascondeva. E ogni responsabilità cadeva su di me.

Il suo silenzio diventò un’arma sottile. Io, che ero sempre stata solare e loquace, iniziai a spegnermi. Salvavo ogni mail, archiviavo messaggi, vivevo in uno stato di allerta costante. La mia vita privata si riduceva a stanchezza e insonnia. Lo specchio restituiva un volto che non riconoscevo più: occhi spenti, capelli aridi, un corpo piegato dall’ansia.

Ogni giorno speravo che qualcosa cambiasse, ma era come vivere nel deserto dei Tartari: un’attesa infinita, e niente che accade davvero. Alla fine la sua strategia si compì: dissolvere lentamente il mio ruolo, isolarmi, fino al licenziamento.

Quel giorno, convocata in un ufficio freddo, ascoltai parole vuote che cercavano di giustificare una decisione già scritta. Eppure, dentro di me, non c’era disperazione. C’era un ricordo: io, stremata ma vittoriosa, in cima al Machu Picchu, dopo un trekking estremo che aveva messo alla prova corpo e mente. Lì avevo capito cosa significasse superare i limiti.

In quell’istante compresi che non stavo perdendo tutto, ma riconquistando me stessa. Trasformai il ricatto in riscatto. La punizione era un dono, la caduta un’occasione per rinascere.

Ho ricominciato a respirare, a sentire scorrere aria pura nei polmoni. Ho scelto di non barattare mai più la mia dignità. Dentro di me risuonava una voce chiara: sei un puma, puoi correre oltre la paura, fino in cima.

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