Human Week. Ombre familiari
Racconti di dipendenza, violenza e libertà ritrovata.
Un'altra storia vera, un'altra esperienza sofferta, che ci viene raccontata qui perché anche attraverso le storie degli altri si può imparare a riconoscere i segnali dei pericoli da cui rifuggire.
(la rete di Amarea)17/09/2025

Oggi è divenuto comune normalizzare l'aggressività. Ma questo comportamento è la prima forma di violenza e può evolvere rapidamente in abuso psicologico, fisico, sessuale ed economico.
Imparare a distinguere tra legami sani e dipendenze affettive patologiche è essenziale per riconoscere i segnali della violenza e tutelare la propria libertà emotiva e talvolta anche per tutelare il benessere di chi amiamo.
Ecco un’altra testimonianza da Amarea, la rete di supporto costituita da persone che hanno affrontando personalmente le dinamiche legate alla dipendenza affettiva e che oggi possiedono gli strumenti per riconoscerne i segnali, soprattutto quelli meno evidenti.
Imparare a distinguere tra legami sani e dipendenze affettive patologiche è essenziale per riconoscere i segnali della violenza e tutelare la propria libertà emotiva e talvolta anche per tutelare il benessere di chi amiamo.
Ecco un’altra testimonianza da Amarea, la rete di supporto costituita da persone che hanno affrontando personalmente le dinamiche legate alla dipendenza affettiva e che oggi possiedono gli strumenti per riconoscerne i segnali, soprattutto quelli meno evidenti.
Di tutto questo parleremo insieme durante il workshop “Liberiamoci”, che si terrà all’interno della HumanWeek, sabato 4 ottobre alle ore 15:30, presso l’Auditorium Stefano Cerri.
Un evento gratuito al quale siete tutti invitati a partecipare.
OMBRE E RINASCITE
Ombre silenziose
La violenza psicologica tra le mura domestiche: manipolazione, colpevolizzazione e il difficile ruolo di madre sotto lo sguardo dei figli.
La violenza psicologica è subdola. Non lascia lividi sulla pelle, ma scava ferite profonde nell’anima. Mia figlia è cresciuta dentro questo clima: un padre che, giorno dopo giorno, esercitava su di me il potere della manipolazione. Parole svalutanti, colpevolizzazioni continue, controllo dei miei gesti, perfino delle mie spese. Un lento logorio che ha lasciato segni invisibili, ma reali.
So che, in qualche modo, lei ha respirato quell’atmosfera. Forse senza accorgersene, ha interiorizzato modelli che non vorrei mai le appartenessero: toni critici, freddezza emotiva, accuse che somigliano troppo a quelle del padre. E questo è il mio dolore più grande.
Non esiste un manuale per affrontare tutto questo. Ci sono giorni in cui riesco a mantenere la lucidità: mi allontano dalla situazione, cerco di non lasciare che le sue parole o i suoi atteggiamenti intacchino la mia capacità di esserle madre. Altri giorni invece provo a calmarla, a parlarle con pazienza. A volte funziona, altre volte no.
È un equilibrio fragile, che dipende dal mio stato d’animo, dalle energie che ho in quel momento. Dopo ogni scontro, mi ritrovo a raccogliere i pezzi, a fermarmi, a riflettere per distinguere ciò che appartiene al presente da ciò che è eco del passato.
Non succede ogni giorno, ma abbastanza spesso da lasciarmi addosso un peso costante. Sto ancora cercando le parole giuste, il modo giusto per farle capire che si può vivere diversamente. Che non deve restare imprigionata in quei modelli.
È una strada lunga, ma so che l’unico modo per uscirne è passo dopo passo, con sincerità e con la speranza di offrirle un esempio nuovo: un amore che non ferisce, ma accoglie.
Un evento gratuito al quale siete tutti invitati a partecipare.
OMBRE E RINASCITE
Ombre silenziose
La violenza psicologica tra le mura domestiche: manipolazione, colpevolizzazione e il difficile ruolo di madre sotto lo sguardo dei figli.
La violenza psicologica è subdola. Non lascia lividi sulla pelle, ma scava ferite profonde nell’anima. Mia figlia è cresciuta dentro questo clima: un padre che, giorno dopo giorno, esercitava su di me il potere della manipolazione. Parole svalutanti, colpevolizzazioni continue, controllo dei miei gesti, perfino delle mie spese. Un lento logorio che ha lasciato segni invisibili, ma reali.
So che, in qualche modo, lei ha respirato quell’atmosfera. Forse senza accorgersene, ha interiorizzato modelli che non vorrei mai le appartenessero: toni critici, freddezza emotiva, accuse che somigliano troppo a quelle del padre. E questo è il mio dolore più grande.
Non esiste un manuale per affrontare tutto questo. Ci sono giorni in cui riesco a mantenere la lucidità: mi allontano dalla situazione, cerco di non lasciare che le sue parole o i suoi atteggiamenti intacchino la mia capacità di esserle madre. Altri giorni invece provo a calmarla, a parlarle con pazienza. A volte funziona, altre volte no.
È un equilibrio fragile, che dipende dal mio stato d’animo, dalle energie che ho in quel momento. Dopo ogni scontro, mi ritrovo a raccogliere i pezzi, a fermarmi, a riflettere per distinguere ciò che appartiene al presente da ciò che è eco del passato.
Non succede ogni giorno, ma abbastanza spesso da lasciarmi addosso un peso costante. Sto ancora cercando le parole giuste, il modo giusto per farle capire che si può vivere diversamente. Che non deve restare imprigionata in quei modelli.
È una strada lunga, ma so che l’unico modo per uscirne è passo dopo passo, con sincerità e con la speranza di offrirle un esempio nuovo: un amore che non ferisce, ma accoglie.
