"Enzo": un buon film 'esistenziale', quasi sussurrato

I suoi genitori (Pierfrancesco Favino ed Élodie Bouchez) sono solidi rappresentanti della buona borghesia, abitano in una lussuosa villa con piscina che si affaccia sullo splendido mare che si colloca tra la Costa Azzurra e Marsiglia, sono liberali e comprensivi anche se possiedono poche armi per dare risposte decisive al male interiore del figlio. Enzo, sballottato tra mille sentimenti contrastanti e persino ingannevoli, si invaghisce di un suo compagno di lavoro, un ragazzo ucraino che ben presto dovrà decidersi di tornare in patria per arruolarsi nell’esercito in guerra contro la Russia di Putin. Questa drammatica prospettiva accelera tutti i dolori interiori di Enzo che manifestano sempre più il suo disagio sino a spingerlo a un improbabile tentativo di suicidio. Riuscirà il ragazzo a liberarsi dei limiti della sua condizione o rientrerà nei ranghi della sua esistenza borghese?
Film che mette tanta carne al fuoco, forse troppa, sembra un po’ sfuggire alle intenzioni iniziali di Laurent Cantet, importante autore del cinema francese, prematuramente scomparso prima dell’inizio delle riprese, affidate poi alla cura di Robin Campillo. Il giovane Eloy Pohu restituisce con una certa attendibilità tutte le difficoltà esistenziali di un ragazzo che si sente fuori luogo, discreto il contorno degli altri interpreti dove Favino risulta credibile nella sua impotenza di padre disorientato e impreparato agli eventi.
Presentato a Cannes, “Enzo” affronta senza banalizzarle tematiche sulle quali offre l’occasione di fermarsi a riflettere, senza subire eccessive spettacolarizzazioni. Un buon cinema.
In programmazione al Cinema Palestrina.
