Human Week. "Liberiamoci"

Racconti di dipendenza, violenza e libertà ritrovata.
Testimonianze di persone che hanno vissuto situazioni difficili e le hanno superate. Ve le proponiamo perché anche attraverso le storie degli altri si può imparare a riconoscere i segnali di rapporti disfunzionali.
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Esistono molte associazioni che supportano la donna nel momento in cui la violenza familiare si manifesta fisicamente, ma poco c’è sulla prevenzione che serve per riconoscere “i campanelli d’allarme” e ad acquisire gli strumenti per capire come uscire dalle dipendenze affettive o ricattatorie spesso generate da famiglie disfunzionali.

La rete Amarea, formata da persone che hanno vissuto e superato situazioni difficili, si occupa proprio di offrire un supporto in quel delicato momento in cui “il pericolo” esiste anche se non si è ancora del tutto palesato. Ci accompagnerà dunque presentandoci di settimana in settimana alcune testimonianze di situazioni realmente vissute e, per chi lo vorrà, ci guiderà nel workshop gratuito che si terrà all’interno della HumanWeek il pomeriggio di sabato 4 ottobre presso l’Auditorium Stefano Cerri.

Nel silenzio di molte storie quotidiane si nascondono legami che feriscono.
Ferite che non lasciano lividi sulla pelle ma scavano in profondità, segnando l’anima e il modo di guardare al mondo delle relazioni. Sono le storie della dipendenza affettiva, della violenza silenziosa, delle relazioni tossiche che si insinuano nella vita privata, familiare e persino in quella lavorativa.
Per queste racconteremo quattro storie, diverse ma unite da un filo comune: il viaggio verso la rinascita e la consapevolezza del proprio valore.


OMBRE E RINASCITE

Testimonianza di Yaia - le radici del dolore
L’infanzia ferita, la perdita della sicurezza affettiva e la nascita della dipendenza: come i vuoti emotivi diventano catene invisibili.

Avevo solo sei anni quando il mio mondo si sgretolò all’alba. Mio padre se ne andò, e con lui la nostra famiglia. Io e i miei fratelli venimmo separati e spediti da parenti diversi. Al ritorno, la casa che conoscevo non era più rifugio, ma un guscio vuoto: mancavano attenzioni, amore, stabilità.
Fu lì che, senza saperlo, piantai i semi della dipendenza affettiva. Crescendo imparai che l’amore bisognava guadagnarselo: che per non essere abbandonata avrei dovuto adattarmi, sorridere, sedurre, annullarmi. Così, un pezzo alla volta, persi me stessa.

Anni dopo, quei semi sono diventati catene. Nei rapporti sentimentali cercavo conferme continue, accettavo relazioni tossiche, attiravo uomini manipolatori. Il mio matrimonio ne è stato l’esempio più doloroso: l’entusiasmo deriso, la maternità sotto accusa, la libertà trasformata in colpa. Bastava una risata, una passeggiata con mia figlia, una cena con le amiche per essere umiliata, controllata, ridotta al silenzio. Ho vissuto anni di guerra: lotte legali, solitudine, notti passate a chiedermi dove avessi sbagliato. Eppure, proprio nel punto più basso, ho trovato la forza di rialzarmi.

Oggi guardo quella bambina di sei anni e le sue ferite con occhi diversi. Non sono guarita del tutto - la guarigione è un cammino che dura — ma ho imparato a riconoscere i segnali, a difendere la mia dignità, a costruire la mia indipendenza. Ho un lavoro, una casa, e soprattutto l’ammirazione di mia figlia. La mia libertà è il dono più grande che posso farle: crescerla senza catene invisibili.
Se ti riconosci in queste parole, sappi che non sei solo. La dipendenza affettiva non è una condanna, è una prigione da cui si può uscire. Ci vogliono consapevolezza, terapia, pazienza, ma la libertà che troverai sarà il regalo più prezioso: la possibilità di tornare a splendere della tua luce.

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