I 15 Martiri snodo tra memoria, storia e attualità politica
Pubblichiamo il discorso pronunciato da Massimo Castoldi, filologo e critico letterario ma anche memorialista della Resistenza e delle deportazioni, nonché nipote del Martire Salvatore Principato, alla commemorazione del 10 agosto scorso, di cui a parte vi proponiamo un fotoracconto. Partendo da una puntuale ricostruzione cronachistica degli arresti dei partigiani trucidati dai nazifascisti nel 1944, l'intervento arriva alle ragioni per cui è necessario approfondire ancora la storia di quei giorni e farne il fondamento per la politica dell'oggi.
(Massimo Castoldi)27/08/2025
Dieci giorni dopo, il 1° maggio di notte, presso la sua abitazione di via Vincenzo da Filicaia 3 nel quartiere di Niguarda, fu arrestato Vitale Vertemati, elettricista alle acciaierie Falck, con lui furono fermati Dino Giani ed Eugenio De Rosa. Adele Delponte (1924-2014), partigiana, cara amica di mia madre, e alla quale nel 2023 (con mio grande piacere) è stata intitolata in via Adriano la scuola media, che abitava lì vicino, ricordava quella notte quando «nel silenzio assoluto e nelle tenebre del coprifuoco, arrivarono rombando alcune terribili moto sidecar tedesche e un’automobile dalla quale scesero delle persone in borghese».
Il 25 maggio finì a San Vittore il dirigente cattolico, Vittorio Gasparini, arrestato nello stabilimento della Bombrini-Parodi-Delfino di Montichiari presso Brescia, in seguito a un’azione compiuta dalle SS presso una radio clandestina in contatto col Servizio strategico del Comando della Quinta Armata americana, nella quale fu catturato un radiotelegrafista che forse parlò.
Il 22 giugno fu arrestato il disegnatore Andrea Ragni in un bar di Milano, dove si trovava con la moglie Alma, che ricordò come autori dell’arresto «un soldato tedesco e un agente italiano».
Il 29 e il 30 giugno furono arrestati il commerciante Antonio Bravin, in corso Buenos Aires, ed Emidio Mastrodomenico, agente di Pubblica Sicurezza presso il commissariato di Lambrate, durante una riunione in piazza San Babila, insieme con Franco Castelli, agente ausiliario, che era stato alunno di mio nonno e con mio nonno lavorava nella Resistenza. Castelli, che era nella lista dei fucilandi in piazzale Loreto, fu graziato e trasferito prima a Flossenbürg, poi a Dachau, ai quali sopravvisse.
Col mese di luglio le inchieste delle SS si fecero più serrate, entrò in azione il comando del generale Willy Tensfeld con sede a Monza e direttamente subordinato a Karl Wolff, che sempre in stretta collaborazione con i fedeli fascisti e alcuni delatori di fiducia riuscirono a infliggere un durissimo colpo alla Resistenza organizzata con collegamenti interni e diffusione di stampa clandestina alla Ercole Marelli, alla Pirelli e alla Falck: l’8 luglio fu arrestato mio nonno, Salvatore Principato, che gestiva la logistica della stampa socialista clandestina a Milano e a Varese. Mio nonno lavorava in stretto collegamento con gli operai della Pirelli Dario Barni ed Eraldo Soncini. Barni sfuggì all’arresto il 9 luglio e si affiancò alle brigate partigiane dell’Oltrepò, dove non a caso dopo il 10 agosto sarebbe nata una Brigata Principato; fu arrestato invece quel giorno Eraldo Soncini. Barni morì poi in uno scontro a fuoco coi fascisti vicino a Santa Maria della Versa il 18 settembre.
L’11 luglio fu arrestato il giovane meccanico socialista Renzo Del Riccio, in viale Monza, in casa dello zio Mario, pure arrestato.
Il 15 luglio, è doveroso ricordarlo, furono fucilati alla stazione di Greco i ferrovieri Antonio Colombo, Carlo Mariani e Siro Marzetti, colpevoli a dire del «Corriere della Sera» del 16 luglio di aver distribuito «volantini e scritti […] incitanti il popolo all’assassinio e ad atti di sabotaggio» e che pertanto si sarebbero messi «allo stesso livello dei sabotatori, appoggiandoli e quindi condividendone le colpe». Qualcosa di simile sarebbe accaduto per i fucilati del 10 agosto.

Il 21 aprile 1944 l’operaio comunista Libero Temolo fu fermato all’uscita dalla Pirelli dalla polizia fascista, grazie a un probabile delatore. Fu il primo dei Quindici a essere arrestato. Libero era stato tra gli organizzatori degli scioperi del marzo 1944. Iniziò quel giorno la lunga strada verso Piazzale Loreto. Centododici lunghi giorni, sui quali c’è ancora molto da indagare.
Dieci giorni dopo, il 1° maggio di notte, presso la sua abitazione di via Vincenzo da Filicaia 3 nel quartiere di Niguarda, fu arrestato Vitale Vertemati, elettricista alle acciaierie Falck, con lui furono fermati Dino Giani ed Eugenio De Rosa. Adele Delponte (1924-2014), partigiana, cara amica di mia madre, e alla quale nel 2023 (con mio grande piacere) è stata intitolata in via Adriano la scuola media, che abitava lì vicino, ricordava quella notte quando «nel silenzio assoluto e nelle tenebre del coprifuoco, arrivarono rombando alcune terribili moto sidecar tedesche e un’automobile dalla quale scesero delle persone in borghese».
Il 19 maggio in una piccola officina di via Anfiteatro, dove riparava armi e automezzi, fu sorpreso in un agguato dell’Ufficio Politico Investigativo fascista, ferito a una gamba e arrestato, il socialista Angelo Poletti.
Il 25 maggio finì a San Vittore il dirigente cattolico, Vittorio Gasparini, arrestato nello stabilimento della Bombrini-Parodi-Delfino di Montichiari presso Brescia, in seguito a un’azione compiuta dalle SS presso una radio clandestina in contatto col Servizio strategico del Comando della Quinta Armata americana, nella quale fu catturato un radiotelegrafista che forse parlò.
Il 22 giugno fu arrestato il disegnatore Andrea Ragni in un bar di Milano, dove si trovava con la moglie Alma, che ricordò come autori dell’arresto «un soldato tedesco e un agente italiano».
Il 29 e il 30 giugno furono arrestati il commerciante Antonio Bravin, in corso Buenos Aires, ed Emidio Mastrodomenico, agente di Pubblica Sicurezza presso il commissariato di Lambrate, durante una riunione in piazza San Babila, insieme con Franco Castelli, agente ausiliario, che era stato alunno di mio nonno e con mio nonno lavorava nella Resistenza. Castelli, che era nella lista dei fucilandi in piazzale Loreto, fu graziato e trasferito prima a Flossenbürg, poi a Dachau, ai quali sopravvisse.
In quegli stessi giorni fu arrestato Giovanni Tullio Galimberti, figlio di un macellaio, che aveva studiato alla scuola commerciale, aveva rifiutato di arruolarsi nella Repubblica Sociale (RSI) e si era avvicinato alla Resistenza.
Col mese di luglio le inchieste delle SS si fecero più serrate, entrò in azione il comando del generale Willy Tensfeld con sede a Monza e direttamente subordinato a Karl Wolff, che sempre in stretta collaborazione con i fedeli fascisti e alcuni delatori di fiducia riuscirono a infliggere un durissimo colpo alla Resistenza organizzata con collegamenti interni e diffusione di stampa clandestina alla Ercole Marelli, alla Pirelli e alla Falck: l’8 luglio fu arrestato mio nonno, Salvatore Principato, che gestiva la logistica della stampa socialista clandestina a Milano e a Varese. Mio nonno lavorava in stretto collegamento con gli operai della Pirelli Dario Barni ed Eraldo Soncini. Barni sfuggì all’arresto il 9 luglio e si affiancò alle brigate partigiane dell’Oltrepò, dove non a caso dopo il 10 agosto sarebbe nata una Brigata Principato; fu arrestato invece quel giorno Eraldo Soncini. Barni morì poi in uno scontro a fuoco coi fascisti vicino a Santa Maria della Versa il 18 settembre.
L’11 luglio fu arrestato il giovane meccanico socialista Renzo Del Riccio, in viale Monza, in casa dello zio Mario, pure arrestato.
Il 12 luglio e il 13 luglio furono arrestati il tecnico comunista Giulio Casiraghi e l’ingegnere azionista Umberto Fogagnolo della Ercole Marelli.
Il 15 luglio, è doveroso ricordarlo, furono fucilati alla stazione di Greco i ferrovieri Antonio Colombo, Carlo Mariani e Siro Marzetti, colpevoli a dire del «Corriere della Sera» del 16 luglio di aver distribuito «volantini e scritti […] incitanti il popolo all’assassinio e ad atti di sabotaggio» e che pertanto si sarebbero messi «allo stesso livello dei sabotatori, appoggiandoli e quindi condividendone le colpe». Qualcosa di simile sarebbe accaduto per i fucilati del 10 agosto.
Il 25 luglio fu arrestato il socialista Domenico Fiorani della Falck, che lavorava con mio nonno e coi gruppi socialisti, diffusore di propaganda clandestina nelle fabbriche.
Il 31 luglio fu arrestato, ultimo dei Quindici, l’operaio comunista Andrea Esposito col figlio Eugenio, che sarebbe poi stato deportato a Flossenbürg e che si salvò, e che molti di noi ricordano, sempre attivo e presente nella memoria antifascista milanese.
Quello stesso giorno furono fucilati al campo Forlanini, i partigiani Dino Giani ed Eugenio De Rosa, che erano stati arrestati il 1° maggio con Vitale Vertemati, insieme con Sergio Bassi, Primo Gradella, Rutilio e Validio Mantovani, padre e figlio. DinoGiani aveva 18 anni, Rutilio Mantovani 50. Più o meno la stessa differenza di età che c’era tra mio nonno e Renzo Del Riccio.
Quello stesso giorno furono fucilati al campo Forlanini, i partigiani Dino Giani ed Eugenio De Rosa, che erano stati arrestati il 1° maggio con Vitale Vertemati, insieme con Sergio Bassi, Primo Gradella, Rutilio e Validio Mantovani, padre e figlio. DinoGiani aveva 18 anni, Rutilio Mantovani 50. Più o meno la stessa differenza di età che c’era tra mio nonno e Renzo Del Riccio.
È evidente, da quanto detto fin qui, che la repressione esercitata dall’azione congiunta della polizia fascista e tedesca, crescente nel mese che precedette il 10 agosto 1944 e che culminò nell’eccidio di Piazzale Loreto, deve essere studiata e compresa nella sua interezza e unità. C’era sempre qualche italiano a fianco dei tedeschi quando avvennero gli arresti. Mai ad agire furono solo i tedeschi, qualche volta furono solo i fascisti.
L’intento di infliggere una punizione «esemplare», secondo la logica e il linguaggio fascista, al fronte della Resistenza, e in particolare agli organizzatori degli scioperi del marzo 1944, secondo l’etica criminale che caratterizzava gli intenti di chi governava Milano in quei giorni, è evidente, direi indiscutibile.
L’intento di infliggere una punizione «esemplare», secondo la logica e il linguaggio fascista, al fronte della Resistenza, e in particolare agli organizzatori degli scioperi del marzo 1944, secondo l’etica criminale che caratterizzava gli intenti di chi governava Milano in quei giorni, è evidente, direi indiscutibile.
Certamente i Martiri della stazione di Greco, quelli del Forlanini, e quelli di Piazzale Loreto furono momenti di un’unica storia.
Tanti furono in quei mesi gli episodi di sabotaggio, dei quali sarà da predisporre, prima o poi, un elenco dettagliato con le fonti e la documentazione di riferimento.
Tanti furono in quei mesi gli episodi di sabotaggio, dei quali sarà da predisporre, prima o poi, un elenco dettagliato con le fonti e la documentazione di riferimento.
Tra questi anche l’episodio di quelle due bombe di viale Abruzzi, che causarono la morte di alcuni cittadini innocenti e delle quali si è parlato negli ultimi anni più di ogni altro fatto di quell’estate. Fu preso da nazisti e fascisti a pretesto per l’eccidio di piazzale Loreto, ma non da solo. Gli stessi fascisti e nazisti, quando dichiararono sul cartello posto tra i corpi dei Quindici Martiri le loro intenzioni, decisero di affiancare a quell’attentato come pretesto per l’eccidio l’uccisione del fascista Marcello Mariani, capitano della Guardia Nazionale Repubblicana (GNR) e della milizia ferroviaria, (ucciso perché si riteneva che fosse il delatore dei tre partigiani trucidati allo scalo di Greco il 15 luglio), con l’intento evidente di citare i due episodi di guerriglia partigiana avvenuti più cronologicamente a ridosso dell’eccidio. Un accostamento, che va interpretato, e che ci dice molto, sia sulla compartecipazione fascista e nazista (un camion tedesco e un capitano della GNR), sia forse sul fatto che l’attentato di viale Abruzzi non era ritenuto da loro stessi evento così rilevante da essere sufficiente a giustificare da solo la cosiddetta rappresaglia. Infatti non era morto alcun nazista.
Queste sono le ragioni della Storia, per ricostruire la quale occorre non scivolare sulle facili interpretazioni, e seguire giorno dopo giorno le vicende di quei mesi terribili nella Milano occupata. Auspico che nei prossimi anni si vada in questa direzione, anche indagando e valorizzando le storie diverse, ma convergenti, di questi uomini, e con loro di tutti quelli e quelle che a fianco dei Quindici hanno combattuto e operato, compresi i martiri di Greco e del Forlanini, compresi coloro che sono stati deportati in Germania, compresa la citata operaia e poi maestra Adele Delponte.
Bisogna ancora ricostruire il mosaico delle forze di Resistenza nell’intera estate del 1944, per non semplificare, non generalizzare, non cadere nelle interpretazioni fuorvianti di chi vorrebbe abbassare, se non azzerare, la portata della lezione etica e civile dell’antifascismo milanese.
Gli uomini, che su questo piazzale sono stati trucidati 81 anni fa, hanno lottato contro la corruzione, la violenza, l’usurpazione dei diritti elementari dell’uomo, il terrorismo di Stato perpetrato dal fascismo, traditore dell’Italia, perché ha trascinato il Paese in un vergognoso degrado morale e in una guerra dissennata, e lo ha offerto all’occupazione nazista, che lo ha violato e depredato.
Bisogna ancora ricostruire il mosaico delle forze di Resistenza nell’intera estate del 1944, per non semplificare, non generalizzare, non cadere nelle interpretazioni fuorvianti di chi vorrebbe abbassare, se non azzerare, la portata della lezione etica e civile dell’antifascismo milanese.
Gli uomini, che su questo piazzale sono stati trucidati 81 anni fa, hanno lottato contro la corruzione, la violenza, l’usurpazione dei diritti elementari dell’uomo, il terrorismo di Stato perpetrato dal fascismo, traditore dell’Italia, perché ha trascinato il Paese in un vergognoso degrado morale e in una guerra dissennata, e lo ha offerto all’occupazione nazista, che lo ha violato e depredato.
Occorre conoscere e capire le ragioni della battaglia di questi uomini, studiandone le azioni, le relazioni, indagando sulla loro rete di collaboratori, che coinvolgeva la società intera. Solo così la voce dei Quindici Martiri, col loro mondo di valori, diventerà sempre più vitale e parlerà alle nuove generazioni.
Temo anch’io i rigurgiti neofascisti, che ci sono e sono evidenti e pericolosi, ma mi preoccupano ancora di più l’anestesia generale delle coscienze, l’individualismo diffuso, la non partecipazione, l’assenza di coscienza storica, l’incapacità di molti di assumersi la responsabilità di esercitare i diritti civili, a partire dal voto, come è stato dimostrato con la scarsa partecipazione alle ultime elezioni e ai recenti referendum.
Anche per questo l’Italia di oggi ha un grande bisogno di conoscere le storie e di ascoltare la parola dei Martiri di piazzale Loreto.
Temo anch’io i rigurgiti neofascisti, che ci sono e sono evidenti e pericolosi, ma mi preoccupano ancora di più l’anestesia generale delle coscienze, l’individualismo diffuso, la non partecipazione, l’assenza di coscienza storica, l’incapacità di molti di assumersi la responsabilità di esercitare i diritti civili, a partire dal voto, come è stato dimostrato con la scarsa partecipazione alle ultime elezioni e ai recenti referendum.
Anche per questo l’Italia di oggi ha un grande bisogno di conoscere le storie e di ascoltare la parola dei Martiri di piazzale Loreto.
Massimo Castoldi, nella foto di Giovanni Tagliavini durante il suo intervento del 10 agosto, è nipote del Martire Salvatore Principato, maestro elementare nato in Sicilia e trasferitosi a Milano per insegnare, tra le altre scuole, alla Tito Speri e alla Leonardo da Vinci del Municipio 3. Castoldi è filologo e critico letterario ma si occupa anche di memorialista della Resistenza e delle deportazioni, su cui ha curato "1943-1945: i «bravi» e i «cattivi». Italiani e tedeschi tra memoria, responsabilità e stereotipi" (2016), e scritto "Insegnare libertà. Storie di maestri antifascisti" (2018, Premio The Bridge 2019) e "Piazzale Loreto. Milano, l’eccidio e il «contrappasso»" (2020).
L'immagine che segue è ripresa dal sito della Sezione ANPI 10 agosto 1944, nata all'inizio del 2020 con sede a Milano in largo Fratelli Cervi 1, un luogo particolare, non solo per il profetico nome della via, ma soprattutto perché lo spazio che la ospita, conosciuto come Bell Nett, è un bene sequestrato alla mafia.

