Milano in bikini, una domenica alla piscina Romano

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo bel pezzo di colore. Di seguito potete trovare i link degli articoli che abbiamo dedicato al tema delle piscine pubbliche nei mesi trascorsi. ()
Piscina Ponzio 2unnamed
Milano è bella, industriosa, artistica, industriale, corrotta, monumentale, studiosa, violenta, alla moda…ma non ha il mare. Lo sappiamo dal Triassico superiore eppure il volgo, pur deponendo per le numerose qualità e nonostante esse, come opzione negativa riconosce che “non ha il mare”; perché, Brescia, Bergamo, Lodi e Gorgonzola ce l’hanno? No, ma a loro non se ne fa una manchevolezza. Milano si difende, ci fa stare lo stesso seminudi, ci fa immergere e cincischiare nell’acqua bassa, ci consente di nuotare nell’acqua alta, di prendere il sole sdraiati sui solarium-graticole con i corpi unti e arroventati, discinti o coperti da capo a piedi. Milano ha le piscine! che altre città, anche di mare, non hanno.

Milano nuota d’estate e d’inverno (annega solo nel fango delle istituzioni) perché di piscine ne ha tante! ...sì, ma molte sono chiuse (è una sottigliezza). La Romano però è aperta! Da giovane la conoscevo come Ponzio. L’hanno ristrutturata, non me la ricordo: quindi ci andiamo. Con la mia amica ci arriviamo comodamente con il bus. € 10 cadauna anche se sono anziana, anche se sono rispettosa e faccio risparmiare sul lavoro di bagnini e inservienti per le pulizie (ne parliamo dopo), il ridotto è per bimbi e persone con l’ISEE al limite della sopravvivenza e che, forse, si tiene i soldi del ridotto.

Il giardino all’ingresso è provvisto di chiosco con bibite e gelati, giochi per bimbi, fontana a terra con getti d’acqua: promette bene. Il primo impatto è comunque grandioso: vasca troneggiante con i suoi 100 metri per 40, altezza dell’acqua graduata che da bagnarola di 30cm arriva a 3 metri dove gli imbecilli si tuffano (ne parliamo dopo), la costruzione del 1929 austera e imponente (ora occupata dalla polizia locale) fa da sponda e sfondo. Ai lati maggiori della grande vasca ci sono corridoi alberati sotto le cui fronde umani ammassati si contendono il decimetro quadrato di spazio ombreggiato. E’ un carnaio, un alveare dove ronza varia umanità che del vicino non sa che farsene (ne parliamo dopo).

Difficile trovare uno spazio su cui stendere due asciugamani. Facciamo il periplo della vasca e ci incuneiamo in un anfratto tra una sdraio e un bidone della spazzatura; pazienza, entro in acqua e nuoto nelle corsie destinate all’uso proprio. Torno al mio cuneo di posto con l’intento di leggere e/o chiacchierare… Macchè, il posticino è invaso e circondato da una famigliola con putto biondo di un paio di anni: in una scatola di sardine il moro macho e la sua dolce compagna si accendono sigaretta in contemporanea guardando il bimbo che, almeno lui, non fuma. Capite? Se ne infischiano di chi sta intorno, del loro figlio, del “vietato fumare”, della distanza di 10 metri dal prossimo da rispettare, della multa che gli spetterebbe, del fumatore educato che fa la figura dell’epididimo. Non faccio la bacchettona, fumo anch’io. Forse non li vede alcuno della sicurezza o li ignorano, non sono i soliti dipendenti assatanati, ma a me viene già il malanimo e la voglia di attaccar briga. Sono anziana, noiosa, permalosa, grafomane, donchisciottiana: prendo atto. Sento il dovere civico di intervenire…ma scelgo di portarmi altrove, sono in compagnia.

Cerchiamo un altro buco: da lontano ho visto movimento in uscita su un pezzetto di prato. Sotto un albero dietro i cessi troviamo rifugio in contemporanea a cinque, sei ragazzini che si piazzano lì vicino; che bello! A me piace stare ad osservare la gioventù e sentirne i discorsi… studiarne gli atteggiamenti …ma và! Accendono una cassa che trasmette musica a decibel invasivi e non si interessano se chi sta intorno condivide e gradisce il volume; niente discorsi da ascoltare: si piazzano al cellulare. Bevono da lattine e bottiglie, mangiano e, anticipo, lasceranno i vuoti a tenere caldo il posto per la prossima volta. Sono anziana, noiosa, permalosa, grafomane, donchisciottiana: prendo atto e vado al cesso per pensare al da farsi.

Peggio mi sento! Servizi che di igienico hanno solo il nome: sono trattati dalle donne che li usano con noncuranza, dispregio, sciatteria. Ipotizzo che quelli degli uomini siano similari; il rispetto della res publica non è connaturato e non viene insegnato nelle scuole, neanche nelle famiglie (vedere esempi gratificanti precedenti) e allora che fare? Potrei proporre alla mia amica Stefania di farmi da Sancho Panza mentre attacco non mulini a vento, ma petulanti culone che escono e non tirano nemmeno l’acqua. Ho pensato al da farsi: mi morsico la lingua e me ne vado incupita da Stefania che sospira: “Spostiamoci”.

Raminghe evacuiamo e migriamo verso i solarium che sono rimasti soli al sole, meglio. Tento di leggere prima del prossimo bagno: non sia mai! Fischietti impazziti lacerano l’aria e i timpani: i bagnini sono esasperati e affaccendati a tenere a bada gli imbecilli esibizionisti che si lanciano gioiosi nell’aere con caduta libera e scomposta nell’acqua. Nonostante i cartelli e la reiterazione del divieto non chiedono il perché non si devono abbattere sull’acqua, non si fanno venire dubbi (Beppe Severgnini nel libro “Socrate, Agata e il futuro” dice che non avere dubbi è il marchio di fabbrica degli stupidi), proprio non capiscono, fanno gli offesi guardando il personale con occhi di bue. Mi ricordano un proverbio: “la confidenza porta alla malecreanza”. Sono accomodante solo se c’è rispetto reciproco tra i viventi e di ciò che è nostro. Sono anziana, noiosa, permalosa, grafomane, donchisciottiana: prendo atto. Scendo nella vasca a smaltire i fumi e l’acqua ribolle intorno a me. Nuotare mi fa bene, il liquido vitale che avvolge, abbraccia e si fa abbracciare, è un regalo della Natura che mi equilibra e disintossica da ciò che mi disgusta.

E’ giunta l’ora del tramonto e le ombre si allungano, il cielo si scolora e restiamo a guardarne la tavolozza infinita, l’acqua sciaborda, gli incaricati cominciano a riporre attrezzi in una ritualità rassicurante, cala il rumore, sale il silenzio e si sente il cinguettio degli uccelli, diminuisce la moltitudine umana che ha 'usato', non 'amato', lo spazio pubblico messo a disposizione da una Milano che non ha il mare.

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