Il Monopoli delle Case di Comunità a Milano

Il piano presentato dalla Regione non contempla alcuna indicazione su come saranno organizzate le case di Comunità, né su quante di loro, costruite e attrezzate con denaro pubblico (PNRR) saranno poi gestite dal privato. ()
MonopoliPochi giorni fa, è avvenuto l’incontro tra L’assessore al Welfare Bertolè e il Direttore Generale dell’ATS di Milano, il Dottor Walter Bergamaschi con la Commissione consiliare Welfare e Salute del Comune di Milano. Il Presidente della Commissione, il Dott. Marco Fumagalli, ha aperto i lavori che avevano per oggetto la presentazione del piano deciso dalla Giunta Regionale sull’allocazione delle Case di Comunità e degli Ospedali di Comunità nel territorio della nostra città.

Bertolé decanta il progetto
L’Assessore al Comune di Milano Bertolè ha rivendicato il merito di avere collaborato con la ATS e la Regione per la definizione conclusiva con la presenza di numerosi Presidenti di Municipio. Ha magnificato le funzioni che potranno avere le case di comunità: dalla riduzione degli accessi in pronto soccorso, alla creazione di un punto di riferimento della popolazione, ad una presa in carico più sollecita soprattutto per chi ha patologie croniche e fragilità dovute all’età o alle proprie condizioni economiche e sociali.
Da ottobre a novembre, ha proseguito, il lavoro congiunto tra il Comune di Milano e l’Agenzia Tutela Salute ha fatto rispettare la scadenza entro la quale bisognava individuare l’ubicazione di queste strutture finanziabili dal PNRR.

Dopo la delibera regionale di settembre che individuava la prima ipotesi, ora è giunto l’altro provvedimento regionale (15 dicembre) con l’elenco definitivo delle 24 case di comunità cittadine. Il confronto con i Municipi è avvenuto seppure in tempi stretti. Salvo qualche piccola rettifica il dado è tratto. Il sole dell’avvenire non è ancora sorto avverte il cauto ma entusiasta Bertolè. L’ubicazione è solo il primo passo del percorso che vedrà prima la costruzione/attivazione dei siti e poi, sarà compito anche del Comune, controllare che le nuove funzioni al servizio della cittadinanza siano efficienti ed integrate con le decine di strutture pubbliche e private milanesi.
Volando più basso l’Assessore immagina che le Case di Comunità diventino anche la sede dei Servizi sociali comunali e plana ricordando che le Case siffatte sarebbero un guscio vuoto senza un numero adeguato di personale sanitario, medici e infermieri in primis.
Conclude assegnando alla Commissione l’onere di seguire gli sviluppi dell’importante progetto.

La presentazione di Bergamaschi, Direttore Generale ATS
Con questo prologo e con i rituali salamelecchi iniziò così la relazione del Dott. Bergamaschi, molto tecnica, quasi asettica, senza un riferimento, una compassione a quanto stavano vivendo i cittadini oggi, ieri e forse domani. Con qualche lucido ha prospettato il nuovo modello sanitario confermato dall’approvazione della legge regionale 22 di fine novembre.

L’organizzazione territoriale
Nelle ASST (Aziende Socio Sanitarie Territoriali) che si spartiscono il territorio cittadino saranno presenti due poli: uno ospedaliero l’altro territoriale. A quest’ultimo faranno capo i Distretti (resuscitati ma non troppo) da cui dovrebbero dipendere i presidi territoriali pubblici (Case e Ospedali di Comunità), servizi di prevenzione, Centrali operative (COT), IDFC (Infermieri famiglia), ambulatori territoriali, Assistenza domiciliare, Hospice e farmacie ecc.. Ha illustrato poi quali sono stati i criteri per la definizione del numero delle Case di Comunità.

Numero e sedi delle case di comunità

Per Milano alla fine saranno 24, circa una ogni 60.000 abitanti, più 9 Ospedali di Comunità. Solo 7 saranno attivate entro il 22.
Per la Zona 3, le notizie non sono buone: viene confermata, per 143.000 abitanti una sola Casa di Comunità, tra l’altro divisa in due sedi: Via Andrea Costa e Via Ricordi. Forse in attesa dell’anno fatidico in cui saranno trasferiti l’Istituto Besta e l’Ospedale dei Tumori.
Anche le altre zone dovranno aspettare visto che solo la metà saranno disponibili ristrutturando spazi esistenti in larga parte già di proprietà del Servizio Sanitario Regionale per metà di essi.
Gli altri sono stati messi a disposizione da parte del Comune di Milano (10), della Citta Metropolitana (1) e dell’ ASP Golgi (1).

Bergamaschi avverte (promette) che le Case non saranno la riedizione dei poliambulatori, che dovranno essere un riferimento per tutti i cittadini, in particolare per quelli con patologie croniche ed anche per i dimessi dagli Ospedali che troveranno negli Ospedali di Comunità delle cure ulteriori per permettere loro di tornare riabilitati al loro domicilio. La funzione principale sarà quella d’integrare i vari servizi esistenti nel territorio, ora dispersi, ora non coordinati, oltre ad essere punto di riferimento dei Medici di Medicina Generale e dei Pediatri di Libera scelta.

La “riorganizzazione degli stakeholder”

Il progetto, ha continuato il Direttore generale, vuole essere una riorganizzazione di tutti i servizi dispersi nella città e un riferimento certo per tutti gli assistiti in relazione ai propri i bisogni assistenziali territoriali. L’individuazione delle probabili allocazioni è stato un processo durato da luglio a dicembre ed è stato frutto di ampia consultazione con tutti gli attori del mondo sanitario: associazioni dei pazienti, sindacati delle categorie mediche e sanitarie. Insomma i cosiddetti portatori d’interessi: gli stakeholder.

Un quadro asettico
Che cosa debbono contenere le Case di Comunità e cosa devono essere gli Ospedali di comunità non sono stati oggetto di discussione. Bisogna attenersi alle linee guida definite da Agenas e dalla Conferenza Stato Regioni. Tra l’altro vengono definiti due livelli con differenti tipologie di servizi sanitari e sociosanitari e con diverse ore di apertura e di ore di presenza medico ed infermieristica.
Elenca tutti i servizi che devono essere assicurati (vedi tabella) ecc. ecc. Spiega cosa sono le Centrali operative territoriali (idem) e gli Ospedali di Comunità. Conclude dichiarando che l’allocazione delle strutture ha avuto riguardo ai centri di aggregazione dei Medici di Base.
Alla fine ogni Municipio avrà dalle due alle tre strutture, alcune con gli Ospedali di Comunità, quasi tutte insieme alle Centrali Operative. Nel territorio della ATS Citta Metropolitana ci saranno 71 Case della Comunità e 23 Ospedali di Comunità che dovrebbero servire i 3,5 milioni di residenti o assistibili.

Zona 3: 143.000 abitanti una sola Casa di Comunità
Subito dopo i presenti, componenti della commissione o rappresentanti dei Municipi, hanno presentato le loro osservazioni o le richieste di chiarimento per casi particolari. Quelle più attinenti al tema hanno riguardato la situazione della Zona 5 e dell’Ospedale San Paolo e la situazione che sarà creata nella Zona 3.

La Consigliera Osculati ha fatto presente come questa zona abbia, in ultima istanza, solo una Casa di Comunità e si prospetta l’utilizzo di parte dell’Istituto Besta e dell’Istituto dei Tumori quando saranno resi liberi dopo il loro trasferimento a Sesto. Ha fatto presente che questo evento avrà luogo solo nel 2025 o 2026, per cui ha perorato l’utilizzo della Palazzina di Via Mangiagalli.

Anche per la Zona di Quarto Oggiaro, è stato fatto presente le necessità di quei quartieri. Data la ristrettezza dei tempi vi è stata solo la possibilità di Rossi del Municipio 3 di riaffermare le richieste già espresse dalla Consigliera Osculati.

Toc. Toc. Nessuna risposta
Brevemente la risposta di Bergamaschi per quanto riguarda la Zona 3: sicuramente è stata accantonata la soluzione dell’utilizzo dei Tumori e del Besta. Per la palazzina di Via Mangiagalli ha risposto solo Bertolè prospettando una verifica dello stato attuale della proprietà, posto che lo stabile non è di proprietà né della ATS né del Comune. Data l’urgenza della presentazione dei progetti allo stato attuale non sono previste integrazioni all’elenco contenuto nella delibera regionale. Questo è quanto ha dichiarato sia il Direttore Bergamaschi sia l’Assessore Bertolè.

Rinvio ogni commento su quanto detto e su quanto deciso. La “partita” delle Case di Comunità è iniziata a Milano, in Lombardia e in Italia. Quanti e quali sono i giocatori in campo, come verranno spesi i fondi per la loro costruzione, saranno veramente un salto di qualità e di efficienza dell’assistenza sanitaria e sociale per i cittadini il tempo lo dirà.
Solo un pensiero preoccupato sorge spontaneo che non ha trovato conforto nelle autorevoli parole che ho qui sinteticamente riportato: quante di queste strutture saranno gestite dal privato, costruite e attrezzate con soldi pubblici (che in gran parte sono prestiti da rimborsare). quante di queste strutture saranno gestite dal privato

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