Gestione creativa dei conflitti - I parte

In un percorso di democrazia partecipativa emergono opinioni ed esigenze molto diverse e spesso anche conflittuali. Per chi si appresta ad intrapprendere un tale percorso un po' di teoria non guasta. Ecco alcuni concetti fondamentali sulla gestione dei conflitti.
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conflittoI conflitti non fanno solo parte dell’esperienza quotidiana di ciascuno – senza parlare dei conflitti “basati sulla violenza” che hanno attraversato tutta la storia dell’uomo -, ma hanno a che fare con qualsiasi fase di un percorso di progettazione partecipata. Si tratta dunque di un tema che inevitabilmente è “trasversale” a qualunque esperienza che voglia essere di nuova democrazia partecipativa. Il facilitatore e il gestore del lavoro di gruppo deve essere ben consapevole delle difficoltà insite nell’emergere (inevitabile il più delle volte) di conflitti tra i diversi soggetti in campo, ed essere attrezzato ad affrontarli secondo modalità spesso inconsuete.

RIFERIMENTI STORICI
L’idea di una soluzione dei conflitti non convenzionale (tramite il non ricorso a violenza o guerra) non è, contrariamente a quel che spesso si crede, un’idea recente. Già Gandhi (si vedano i riferimenti bibliografici) sosteneva che questa modalità che lui chiamava ahimsa (letteralmente amore, tradotta nelle lingue occidentali con non-violenza) è antica quanto l’umanità. Faceva l’esempio di due fratelli che litigano: se uno uccide l’altro la cosa fa notizia, ma la maggior parte delle volte forse fanno pace, e questo “non fa notizia”. A chi gli ricordava che la violenza è al centro della storia dell’umanità, lui rispondeva: la storia, la civiltà umana sarebbero potute esistere senza l’impegno e l’invenzione, tipicamente umani, di modalità di soluzione dei conflitti di tipo originale e diverse dalla violenza?  Vari antropologi citano casi di riti di soluzione dei conflitti (e a volte di conduzione “simbolica” della guerra) presenti in civiltà “primitive” o società cosiddette “semplici” che esistono ancora oggi. Marianella Sclavi parla del principio del “non far perdere la faccia al nemico” presente in diverse modalità culturali relative ai conflitti in Liberia, Giava, Giappone. Per il suo satyagraha (che non è solo ahimsa, ma applicazione della non-violenza alla lotta di lungo periodo per far cadere l’impero britannico), Gandhi parla di antecedenti storici antichissimi presenti nella cultura e religione indù. Infine, nello scorcio finale del XX secolo la grande e nuova esperienza della TRC (Truth and Reconciliation Commission, Commissione per la Verità e la Riconciliazione) che tra il 1996 e il 1998 operò in Sudafrica per porre le basi, attraverso il confronto drammatico e altamente emotivo tra perseguitati e persecutori dell’epoca dell’apartheid, della rinascita del nuovo Sudafrica democratico, dichiarava tra le sue radici culturali il principio dell’ubuntu (si veda glossarietto finale).

Nella cultura occidentale – solo per fare qualche accenno schematico – possiamo dire che il conflitto è centrale come fonte stessa della civiltà (basti pensare alla “dialettica” che affonda le radici nell’antica filosofia greca), ma sull’esito, funzione e “soluzione” del conflitto abbiamo almeno tre visioni di fondo: quella della non collaborazione e insieme riconoscimento del nemico (Socrate, ma anche il messaggio evangelico del “porgete l’altra guancia” che tanto aveva affascinato Gandhi); la pericolosità del conflitto come insito antropologicamente nella natura umana, e quindi la necessità – per garantire l’ordine e la civiltà – di una potenza superiore (lo Stato) che assuma il monopolio dell’uso della forza (Hobbes); e infine il conflitto come valore fortemente positivo e generatore di cambiamento sociale (la “violenza levatrice della storia” di Marx).
La sociologia, che nasce nell’Ottocento e prosegue sino a metà Novecento in gran parte come scienza dell’ordine sociale (almeno nella versione positivista di Comte, organicista di Durkheim e più tardi funzionalista di Parsons, l’inventore del concetto di devianza sociale) , approderà tardi, con le eccezioni di Marx e in parte di Weber, a una ricerca sulle modalità concrete e i principi teorici che presiedono al conflitto sociale, soprattutto in una visione di “normalità” del conflitto nella vita di tutti i giorni. Bisognerà attendere gli anni Settanta del Novecento perché un grande sociologo norvegese, dopo aver scoperto il pensiero di Gandhi, porrà il tema della non-violenza al centro della sua riflessione teorica. Johan Galtung studierà e opererà anche nell’ambito dell’ONU, che certamente ha nel suo DNA, assieme a tanti difetti, la ricerca di nuove forme di interventi, anche militari, finalizzati a “mettere pace”. Un suo scritto ha a che fare con questa tematica: Three approaches to peace: peacekeeping, peacemaking, and peacebuilding, che sono le tre modalità di intervento dei caschi blu: blocco delle operazioni militari, separazione dei contendenti, e costruzione di condizioni multidimensionali della pace, sul piano economico, sociale, civile (su questo si veda il libro di Arielli e Scotto).
Il Novecento è stato dunque certo un secolo di immani tragedie, ma ha conosciuto almeno tre grandi esperienze di “soluzione creativa dei conflitti”: l’indipendenza dell’India, l’opera dell’ONU in non poche situazioni, la TRC sudafricana.

DUE STORIELLE, UNA PARABOLA E UNA STORIA VERA

Le due bambine che litigano per un’arancia

Due sorelline stanno litigando per avere un’arancia. La mamma le vede e decide di risolvere il litigio con soluzione “salomonica”: taglia l’arancia in due e ne dà metà a ogni sorellina. La prima butta via la buccia e mangia la polpa, la seconda getta via la polpa e usa la buccia per fare la torta. Cosa bisognava fare?

Il litigio in biblioteca e la soluzione della bibliotecaria
In una sala di lettura di una biblioteca ci sono due lettori. Uno sente l’aria viziata e apre la finestra, l’altro prova fastidio per la corrente d’aria e la richiude. Iniziano a litigare. Interviene la bibliotecaria e, sentite le rispettive ragioni, ci pensa un po’ su e poi, chiusa la finestra, va ad aprire la finestra della sala accanto, così il primo lettore ha l’aria fresca e il secondo non sente la corrente.

Esiste una curiosa e interessante teoria sui motivi “storici” della nascita stessa della sociologia come scienza sociale all’inizio dell’Ottocento: siccome la seconda metà del Settecento aveva visto sconvolgimenti rivoluzionari epocali di portata tale da far temere per la sopravvivenza stessa della società, ci si incominciò a chiedere: ma perché la società nonostante tutto sta insieme? Di qui il grande impegno di un po’ tutti i sociologi “classici” nel trovare teorie più orientate a spiegare e a propugnare la “coesione sociale” che non a ragionare sulle contraddizioni e sulla loro possibile evoluzione e ruolo nella compagine sociale.

La parabola del giudice saggio
Due litiganti vengono portati davanti a un giudice. Questi ascolta il primo litigante con grande attenzione e poi gli dice: “Hai ragione”. Poi ascolta il secondo e anche a lui dice “Hai ragione”. Si alza uno del pubblico: “Ma signor giudice – dice -, non possono aver ragione tutti e due!” Il giudice ci pensa un po’ su e poi, imperturbabile, gli dice: “Penso che hai ragione anche tu!”

Una storia vera. La pace di Camp David del 1978
Dopo la guerra dei “sei giorni” del 1967 Israele aveva occupato il Sinai, che gli egiziani tentarono inutilmente di riprendersi con la guerra del Kippur del 1973. Grazie alla mediazione del presidente americano Carter (che dopo la presidenza avrà un ruolo importante in molte trattative internazionali sotto l’egida dell’ONU) si avviarono trattative dove le posizioni di Egitto e Israele sembravano bloccate: l’Egitto rivoleva il Sinai, Israele non intendeva cederlo. La soluzione trovata a Camp David fu: l’Egitto ritrova la sovranità sul Sinai, ma questo sarà una zona smilitarizzata sotto controllo ONU. Entrambe le parti videro soddisfatti i loro interessi veri e principali: Israele teneva alla propria sicurezza, l’Egitto alla sua integrità territoriale.

Il percorso di questa trattativa fu seguito da due giovani studiosi americani, Roger Fisher e William Ury, che ebbero l’idea, l’anno successivo, di fondare presso l’università di Harvard l’Harvard Nagotiation Project, tuttora esistente.

Il libro che essi scrissero (nell’ultima edizione con un autore in più, Bruce Patton) si chiama in italiano L’arte del negoziato. È tuttora considerato il testo base sul tema della gestione creativa dei conflitti, anche se loro la chiamavano in altro modo: alternative dispute resolution. Sulla parte centrale di questo testo si baseranno le note che seguiranno.


Riferimenti bibliografici
Gandhi M.K., Teoria e pratica della non-violenza, con lungo saggio introduttivo di G. Pontara, Einaudi 1996;
Sclavi M., Arte di ascoltare e mondi possibili. Come si esce dalle cornici di cui siamo parte, Le Vespe 2002;
Arielli E., Scotto G., Conflitti e mediazione, Bruno Mondadori 2003;


Glossarietto
Ahimsa       amore, non violenza (Gandhi)
Satyagraha Forza della verità (satya), forza che proviene dall’attenersi alla verità, e che quindi permette la lotta non violenta
Ubuntu       La definizione che ne dà il vescovo Desmond Tutu che ha presieduto la TRC in Sudafrica, è:
“noi africani crediamo in qualcosa che è di difficile traduzione. Noi lo chiamiamo ubuntu. Esso definisce la qualità dell’essere umano in quanto tale. Se c’è, se ne avverte la presenza, se è assente, non sfugge la sua mancanza. Implica umanità, gentilezza, ospitalità, una predisposizione a impegnarsi a favore degli altri e a essere vulnerabile. Comprende compassione e spontaneità. Riconosce che il mio essere persona è legato al tuo essere persona, poiché noi possiamo essere umani soltanto insieme”.














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