Città della Salute, quanto ci costerai?

Perchè dobbiamo spendere 370 milioni di soldi pubblici (nostri) quando ne basterebbero 80? Perchè prevedere sale operatorie e corsie per malati sotterranee proprio sopra una falda idrica tra le più tossiche d'Italia? Perchè il ministero dell'Ambiente non riesce a venire a capo del problema? Perchè il progetto di Renzo Piano non è pubblico? Sono solo alcune domande su un progetto, strombazzato ai quattro venti, ma per nulla trasparente
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Sarebbe un'illusione credere che la crisi di Infrastrutture Lombarde, con il suo vertice decapitato dalle inchieste della magistratura, coinvolgerà necessariamente anche il progetto Città della Salute.

Questo per diversi motivi. Il più ovvio è che la Città della Salute è ancora ai blocchi di partenza. La gara per il gigantesco progetto edilizio non era ancora nemmeno in cantiere, e la commissione giudicatrice tra le varie offerte nemmeno formalmente costituita.

Oggi il presidente della Regione Roberto Maroni assicura e riassicura che Guido Bonomelli, il nuovo direttore generale di Ilspa, procederà rapidamente alla formazione della commissione e all'avvio della gara. C'è da crederci, la Città della Salute, progetto prima visto con diffidenza dalla amministrazione Maroni (al punto che nel luglio scorso pareva in bilico) oggi viene definito come "il fiore all'occhiello" del mandato leghista al Pirellone.

Certo, la Città della Salute è il "volano" di interessi molto forti. Non si tratta solo di un bel progetto architettonico firmato da Renzo Piano, originariamente concepito per l'area dell'Ospedale Sacco a Via Alba e poi frettolosamente trapiantato nell'area Falck di Sesto San Giovanni. No, le quattro torri servite da grandi sotterranei, su 205mila mq, non sono soltanto gli spazi per accogliere il neurologico Besta e l'Istituto Nazionale dei Tumori. Saranno il perno per la nascita, nelle vicinanze, di residenze sanitarie (25mila mq), di case per i 3000 operatori, di strutture di servizio (650 parcheggi).

L'inizio di un percorso di sviluppo immobiliare dell'intera area Falck che MilanoSesto di Davide Bizzi vorrebbe trasformare in un'autentica città, con una schiera di grattacieli, centri commerciali e quant'altro. Sempre a firma di Piano.

Per questo è così strategico un progetto da 440 milioni di danaro pubblico. Di cui 330 sostanzialmente a carico del patrimonio e dell'indebitamento dei due istituti (tramite il fondo ospedaliero rotativo regionale), 40 dalle casse dello Stato e il resto in project financing.

Tanti soldi, tanti soldi nostri. Molti dicono troppi. Secondo alcune valutazioni i problemi dei due istituti si sarebbero potuti risolvere con molto meno: 80-100 milioni al più. Dando una nuova sede al Besta (che ne ha davvero bisogno) vicino a un grande ospedale come Niguarda e lasciando l'Int dovè a Città Studi, con i suoi edifici ristrutturati e le sue sale operatorie nuove di zecca. L'Int, per inciso, dispone anche di notevoli spazi per espandersi nel suo stesso comprensorio.

Tra 80 e 440 milioni c'è una bella differenza. Vistosa. Motivata? Qualcuno forse, un giorno, potrebbe pensare a un "danno erariale" da far valutare alla Corte dei Conti.

Ma gli interrogativi non stanno tutti da una sola parte. Un anno e mezzo fa il Comune di Milano fece una dura concorrenza alla proposta della Città della Salute a Sesto. Formigoni impose ai due contendenti di stare strettamente nel progetto già elaborato (e ben pagato) da Renzo Piano. E il Comune dovette ripegare su una pseudo-offerta (pseudo perchè non in sua mano) dell'area piazza d'Armi-Perrucchetti. Perse. Il peggio fu che non vi fu alcuna elaborazione di un vero progetto alternativo, ovvero la nuova possibile sede del Besta a Niguarda.

Risultato: oggi chi si oppone ai 440 milioni messi sull'area Falck è sostanzialmente disarmato. Manca un'alternativa verificabile, con cifre, tempi e prospettive concrete.

Andiamo avanti. Oggi le ruspe cominciano a scavare per decorticare il terreno di quella che fu la grande acciaieria Unione. La città della Salute sorgerà e farà felici i sestesi, innescando sviluppo economico e benessere in tutta l'area. Questo almeno è ciò che ha raccontato alla cittadinanza l'amministrazione di Sesto. Ottenendone un diffuso indice di gradimento.

Unici a battersi contro il progetto i ragazzi del 5 stelle di Sesto. Il restante arco delle forze politiche, Pd in testa (ma anche Sel) porta avanti questa visione del futuro di Sesto sospinto dall'immobiliare. Una visione non diversa da quella che fu di Filippo Penati. Morte le fabbriche, via con il mattone. E il dimezzamento dell'unico previsto parco pubblico della città (con la più alta densità abitativa d'Italia) è un prezzo che si paga facilmente, per far posto alla Città della Salute, sull'altare del nuovo (o vecchio) modello.

C'è un problema, però. E sta nella natura profonda dell'area Falck. Dove ho passato la mia infanzia, negli anni 50-60, a seguito di mio padre imprenditore.

Allora l'area era un sistema di fabriche che facevano capo alle grandi acciaierie. Chi rottamava auto e camion per fornire il metallo di recupero, tritava batterie e le seppelliva, sversava olii esausti in grandi vasche sotterranee, decappava con gli acidi tubi e lamierini e pompava poi in "pozzi diagonali" (alias pozzi disperdenti, alcuni dei quali mai ritrovati) i solforici e i solventi esausti. E infine, più a nord, le unità di cromatura, con analoghi sversamenti. Non esistevano allora normative ambientali e controlli.

A 70 anni di distanza, dopo oltre un secolo di queste buone pratiche industriali, l'area è stata dichiarata dal ministero dell'Ambiente Sito di interesse nazionale (Sin). Alla stregua dell'Ilva di Taranto e dell'Acna di Cengio, per capirsi. Certo, metterci due ospedali delicatissimi non è ne sarà uno scherzo.

L'inquinamento nel milione e mezzo di metri quadri Fack ha un duplice aspetto. La terra e l'acqua. La terra, secondo i rilievi, contiene residui di fonderia, concrezioni metalliche, olii. Ma si tratta, dopo 50 e passa anni, di materiali ormai in massima parte inertizzati. E la decorticazione più o meno profonda può anche risolvere il problema.

Il vero rebus è l'acqua. Sesto San Giovanni, un paio di secoli fa (prima degli insediamenti industriali su vasta scala) era considerata "città d'acqua". Sulla linea delle risorgive, ne aveva diverse che adornavano le sue vie, con fontane e canaletti. In pratica Sesto vive su un grande fiume sotterraneo che viene dalle Alpi, con una falda idrica estesa ovunque che oggi scorre a soli 18-20 metri di profondità.

Peccato che questo lentissimo lago, sotto l'area Fack, sia tuttora "ricco" di solventi clorurati (tetracloroetilene), cromo esavalente e altri inquinanti

Questo significa una cosa molto semplice. Formigoni, per non incorrere nella patente dichiarazione di spreco per aver pagato diversi milioni pubblici l'ormai inutile progetto Piano per Vialba, ha imposto di trasferire sic et simpliciter l'elaborato per la zona Falck-Unione. Peccato però che il progetto Piano prevedesse una consistente parte sotterranea, per le sale operatorie e le corsie connesse.

Morale, operatori, medici e malati in spazi a diretto contatto con la sottostante falda inquinata? E quindi la concreta possibilità che, anno dopo anno, questi piani sotterranei si “impregnino” delle sostanze nocive. Non diversamente dai piani interrati degli edifici della Bicocca (area dell'ex grande fabbrica della gomma di Pirelli) che, a quanto si sa, sono stati chiusi perchè emanano un deciso odore dolciastro, alias forse trielina.

Un conto però sono le cantine chiuse di un building universitario e ben altro sale operatorie e corsie d'urgenza sotterranee.

Strano, il progetto di Piano non è pubblico (e dovrebbe esserlo). Su internet si trovano solo alcuni sketc. Come mai? E come mai le obiezioni e le domande rivolte dall'ambientalista sestese Orazio la Corte durante l'istruttoria della Vas sulla città della Salute non hanno avuto le dovute risposte? Eppure per legge avrebbero dovuto averle. E scritte.




Ci sono molte zone d'ombra intorno alla questione ambientale Falck. Intorno al nodo falda idrica. La maggiore sta nella strategia reale per bonificarla. Ormai dieci anni fa i tecnici del Comune di Sesto stilarono un ambizioso progetto. Una barriera di pozzi di emungimento, connessi a depuratori in tempo reale e infine l'invio dell'acqua prima alle pompe di calore di una costruenda centrale di cogenerazione, Proaris, vicina. E infine lo scarico nel Lambro.

Un'idea d'avanguardia, ma costosa. Per questo il Comune chiese la partecipazione dei proprietari delle aree circonvicine. Ma, dal 2008 ad oggi, tutto è rimasto sulla carta. Un solo pozzo di prova. Nel frattempo la grande crisi industriale si è abbattuta sull'Italia e su Sesto. Il progetto Proaris (una joint venture tra A2A e Comune) sembra in via di dismissione, molti dei soggetti del consorzio hanno chiuso, traslocato e, per quanto si sa, si dicono non più disponibili a finanziare il progetto, con numerosi ricorsi al Tar pronti nel cassetto.

Una strada ormai impraticabile, questa della barriera di pozzi? E' un problema non piccolo anche per il ministero dell'Ambiente che, a norma della legge sui Sin (siti di interesse nazionale) ha giurisdizione esclusiva sui processi ambientali che riguardano le aree. E pertanto deve rilasciare i protocolli operativi sia per le bonifiche terrestri (facili) che per quelle della falda idrica (difficili).

Il primo protocollo è stato rilasciato e i lavori sono anche cominciati. Ma il secondo? I tecnici del ministero sono al lavoro, dirigenti regionali ora parlano di bonifiche più “leggere” rispetto alla costosa barriera, e concentrate solo sugli “hot spot” (o plumes di inquinamento), i punti a maggiore rischio. Una bonifica "leggera"? Che vuol dire? Di fatto questo secondo protocollo latita, ben oltre i limiti della convenzione stipulata tra Regione Lombardia e Comune di Sesto.

Basteranno gli “hot spot”, in un'area estesissima e tutta inquinata da 150 anni? Oppure è un modo per fare comunque la Città della Salute senza pagare insostenibili costi di disinquinamento? Non è meglio rivedere radicalmente il progetto di Piano quantomeno eliminando i piani sotterranei? E se la falda dovesse innalzarsi ancora (con la deindustrializzazione galoppante) fino a tornare a quella affiorante di un tempo? Sono solo alcune delle domande che sorgono spontanee in tutta questa vicenda, per nulla trasparente.

E soprattutto, perchè spendere 440 milioni di danaro pubblico (nostro) quando ne basterebbero 80? Non c'è il rischo di ritrovarsi, tra qualche anno, con un gigante di vetrocemento bellissimo, ma inesorabilmente chiuso dai sigilli della magistratura?

Si attendono risposte serie e documentate. Non la propaganda fatta finora.

Beppe Caravita




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Re: Città della Salute, quanto ci costerai?
17/04/2014 federico
la città della salute è un progetto edilizio, non sanitario. se ne è parlato anche su z3xmi. ma con pd e sel a favore e una posizione poco concreta del comune di milano resterà a Sesto. Ripeto: a Sesto. Andreotti avrebbe detto...


 
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