Chi ben comincia…

Prima dell’avvio di un percorso partecipativo è necessario farsi domande sul chi, sul perché, sul che cosa.
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piantina della parteciapzioneIl “bisogno di partecipazione” si sta sempre più diffondendo nel mondo d’oggi. Sarebbe lungo analizzarne i motivi, riassumibili nel passaggio d’epoca dall’era industriale a quella postindustriale, della “globalizzazione”, della “fine delle grandi narrazioni”, della “società liquida”, dell’avvento del “regno dell’incertezza” e della sfida per il sorgere di una nuova soggettività umana, di una nuova responsabilità sociale: è il concetto di trespassing di cui parla Giovanni Laino (2012) e che è oggetto di un’ormai sterminata letteratura, così come per il nostro stesso tema della “partecipazione”. Accenniamo a questo retroterra “epocale” del bisogno di partecipazione per dare avvertenza a chi si accinge a cercare di soddisfare questo nuovo bisogno della necessità di riflettere sull’origine di esso, perché ciò permette di collocarlo su un terreno nuovo rispetto alla visione tradizionale della democrazia e della stessa partecipazione civica e politica nel passato (si veda l’articolo Dalla partecipazione alla democrazia partecipativa, prima parte).   

Alcune domande fondative
E infatti attorno al tema che è oggetto di queste note si sono andate coagulando numerose domande fondative, che hanno a che fare con la costruzione di consapevolezza sui contesti culturale, storico, sociale, territoriale, processuale nei quali dovrà inserirsi l’opera di costruzione di un “progetto partecipato”, tanto che le risposte a tali domande influenzano notevolmente il successo o l’insuccesso del progetto stesso. Prima di iniziare un percorso partecipativo occorre infatti chiedersi: chi, perché, a quale scopo, con quale approccio, in quale campo, quando, con chi, cosa bisogna soprattutto curare, con quali tecniche si intenderà implementare un percorso partecipativo.
 
Bottom up o top down?
La domanda sul chi non riguarda tanto il “chi coinvolgere” (di questo problema parleremo alla domanda “con chi”), quanto il “chi dà inizio”, chi promuove un percorso di progettazione partecipata. Abbiamo già accennato, in uno dei primi articoli, alla differenza tra partecipazione dal basso o dall’alto (bottom up o top down) e al concetto di democrazia partecipativa come modello idealtipico di una “partecipazione” che tende a una collaborazione costruttiva e creativa tra istituzioni (locali, ma non solo) e aggregazioni della società civile (il riferimento a questo modello “ideale” sarà il filo conduttore di questi miei contributi, ed esso comporta che iniziatore di un percorso partecipativo sia l’ente locale che delega a ciò un gruppo di esperti come vedremo).
Occorre qui anche affermare che questa idea di democrazia partecipativa è appunto un modello cui tendere, ma che non si può affatto escludere che il punto di partenza – e per un lungo tratto di cammino – sia una promozione della partecipazione prevalentemente dall’alto o dal basso. E se le esperienze di partecipazione top down sembrano conoscere soprattutto i rischi della manipolazione o della “pura consultazione” dei cittadini al fine di ottenerne il consenso, di cui abbiamo già parlato negli articoli sui livelli della partecipazione, le esperienze di partecipazione bottom up - pur rischiando un’emarginazione “di nicchia” e la ricaduta in forme di pura conflittualità “rivendicativa” - non escludono affatto una loro possibilità di evoluzione verso una “democrazia partecipata” più compiuta.

Un’esperienza che parte dal basso
Si tratta di esperienze fortemente presenti nel Terzo mondo, dove all’insipienza, corruttela e inadeguatezza di molte amministrazioni pubbliche fa spesso da contraltare una capacità di auto-organizzazione delle comunità locali, che si manifesta in diverse forme di autogestione (ad esempio il micro-credito, l’autocostruzione, la salvaguardia di economie di sopravvivenza). Un esempio tra tutti: in Cile, non lontano da Valparaiso, ho conosciuto alla fine degli anni Novanta Reñaca Alto, un quartiere collinare di 40.000 abitanti interamente autocostruito, dove da alcuni anni si erano sviluppate forme di solidarietà e autogestione di problemi urbani e sociali (minori abbandonati, autoproduzione di attrezzature igieniche domestiche col coinvolgimento diretto dei bambini, utilizzo dell’energia solare per far funzionare forni casalinghi). A guidare la comunità e la quindicina di operatori sociali c’era una meravigliosa donna india dell’etnia mapuche, la quale era considerata la “sindaco” alternativa, rispettata e spesso consultata dal sindaco ufficiale del paese – e ciò, incredibilmente, fin dal tempo della dittatura di Pinochet!
Un percorso partecipativo che parta bottom up, dunque, per non cadere in una sterile conflittualità, deve avere il coraggio di assumersi un ruolo pedagogico verso la stessa amministrazione locale, sorda o incapace di gestire in prima persona questo nuovo strumento della democrazia.

Ma, è sempre utile o possibile la partecipazione?
Perché si avvia un percorso partecipativo? Domanda che ne trascina immediatamente un’altra: quando è utile e/o necessario avviare un processo di tal genere? E ancora: di fronte a un qualche problema sociale o territoriale, è sempre utile o possibile dare avvio alla partecipazione?
In un manuale assai prezioso e utile sulla partecipazione, che ha per destinatari prevalentemente gli amministratori locali (Bobbio 2004), si sostiene che la partecipazione va proposta quando degli operatori pubblici hanno bisogno di coinvolgere nelle decisioni altre istanze istituzionali (ad es. nelle conferenze di servizi, nei patti territoriali), quando la partecipazione stessa è prevista dalla legge (ad es. nei contratti di quartiere, in vari progetti europei di risanamento urbano) e, soprattutto, quando si tratta di prevenire o affrontare possibili conflitti, attuali o potenziali. Soffermandoci solo su quest’ultimo punto, e precisando che sul tema del conflitto nei percorsi partecipativi dovremo intervenire successivamente in modo più ampio, diremo subito che abbiamo la tentazione di dichiarare: la partecipazione andrebbe promossa sempre, in ogni circostanza, soprattutto se ci sono in ballo conflitti. Ma il problema non è semplice e probabilmente la questione va affrontata caso per caso.

Concezioni pluralistiche la favoriscono
Infatti anche su questo fronte si pone la questione del confronto tra un modello “idealtipico” e il concreto configurarsi dei casi concreti. Ciaffi e Mela (2011) nel descrivere infatti il ventaglio di posizioni culturali “favorevoli e contrarie alla partecipazione”, indicano come preferibili le “concezioni pluralistiche e inclusive”, le quali si rappresentano la società “come un insieme eterogeneo in cui sono presenti molteplici punti di vista, di cui sono portatori individui, associazioni, gruppi sociali con differenti caratteri”; non escludono affatto il conflitto ma “esprimono in primo luogo l’esigenza dell’inclusione di ciascun punto di vista nei processi di partecipazione alle decisioni di interesse collettivo creando i presupposti perché questo possa avvenire, a partire dalla garanzia di un accesso paritario alle informazioni di base” (pp. 19-20). È evidente che se questo è il clima culturale diffuso, è facile e auspicabile l’avvio di percorsi partecipativi.

Ma il “ventaglio” di posizioni possibili comprende altre diverse varianti, secondo i nostri autori, quasi tutte riconducibili a un sostanziale rifiuto della partecipazione in nome di un’assolutizzazione e irriducibilità di qualche conflitto a livello sociale o culturale: ad esempio, la posizione del “rifiuto elitario” della partecipazione, che nasce dal pervicace persistere di culture amministrative e/o urbanistiche che sottolineano l’incompetenza dei cittadini; oppure, all’opposto, le posizioni che interpretano i conflitti sociali secondo “antiche” concezioni delle contrapposizioni di classe o di visioni del mondo, e che giungono sino all’“antagonismo radicale” di movimenti (ad es. il “No TAV”) che sembrano ormai estranei a ogni prospettiva “partecipativa” in partenariato con le istituzioni. In tutte queste situazioni ovviamente si porrà il problema dell’opportunità di avviare percorsi partecipativi; tuttavia non possiamo che accennare – per ora solo di sfuggita – al fatto che a nostro parere “non bisogna mai disperare”, se è vero che la dimensione del conflitto è comunque costitutiva di ogni percorso partecipativo. Basti ricordare i molti casi, ormai, di amministrazioni e uffici urbanistici che parevano “sordi” ai percorsi partecipativi, e che hanno (gradualmente) cambiato idea.

In ogni ambito con il rigore dello “scienziato” sociale e la creatività dell’artista
Infine, facciamo un rapido accenno al che cosa può essere oggetto di un percorso partecipativo. È evidente che il tema su cui dovrà svolgersi tale percorso non sarà indifferente a tutte le questioni di analisi di contesto che dovranno essere oggetto d’attenzione da parte dei promotori del processo: abbiamo già visto nel nostro primo articolo la grande varietà di campi in cui è sorta storicamente la tendenza alla costruzione di soluzioni “partecipate” ai problemi del mondo d’oggi. Dunque, a seconda che questo “campo” sia un problema in ambito aziendale, o un progetto di sviluppo nel Terzo mondo, o di risanamento urbano, o di sostenibilità ambientale, o di un ripensamento “partecipativo” dei servizi, o si inserisca in quadri normativi precisi (Agende 21, Progetti integrati territoriali, Programmi comunitari Leader, Equal o Interreg, Piani sociali di zona, Piani strategici per le città…), saranno diverse le condizioni che definiscono i soggetti promotori (un’iniziativa bottom up ad esempio è impossibile per quest’ultimo elenco di possibili progetti), i soggetti da coinvolgere, le forme di conoscenza e analisi dei contesti di partenza e, soprattutto, le tecniche partecipative da mettere in campo. Sì, perché questo tema, il mix delle tecniche che una “cabina di regia” dovrà saper individuare, è il compito principale di chi gestisce un percorso partecipativo: il quale sarà sempre “unico”, irripetibile, contingente e, dunque, chi lo gestirà dovrà avere due caratteristiche difficili da mettere insieme, ma anche fonte di grande entusiasmo: il rigore dello “scienziato” sociale e la creatività dell’artista.




Per saperne di più
Bobbio L., A più voci. Amministrazioni pubbliche, imprese, associazioni e cittadini nei processi decisionali inclusivi, ESI, Napoli-Roma 2004;
Ciaffi D., Mela A., Urbanistica partecipata. Modelli ed esperienze, Carocci, Roma 2011;
Laino G., Il fuoco nel cuore e il diavolo in corpo. La partecipazione come attivazione sociale, Franco Angeli, Milano 2012.



 


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