Questa è anche occasione per conoscere Bruno Bigoni, regista e docente di Progettazione e produzione cinematografica presso lo IULM di Milano che, tra l’altro, vive nella nostra zona.
Nel 1972 fu tra i soci fondatori del Teatro dell’Elfo e nel 1979 tra gli ideatori della rassegna Filmmaker, dedicata ai giovani autori cinematografici e ai registi indipendenti, che ancora oggi viene organizzata.
Dai primi anni ’80, Bruno inizia la sua carriera di autore cinematografico, realizzando decine di film soprattutto di carattere documentario, con una particolare attenzione ai temi sociali.
Del 1987 è il documentario “Nome di battaglia: Bruno”, sulla tragica vicenda di un terrorista.
Nel 1993 realizza “Veleno”, un lungometraggio di finzione che partecipa al Festival di Locarno, dal 2001 è tra i registi de “La squadra”, serial drama televisivo in onda su RAI 3.
Tra i suoi lavori sono da ricordare “Oggi è un altro giorno”, in occasione dei 50 anni della Resistenza, realizzato a quattro mani con il grande Giuseppe De Santis e con la partecipazione di Moni Ovadia; “Amleto…frammenti”, con attori disabili; “Comizi d’amore 2000”, omaggio a Pier Paolo Pasolini; “Riccardo III” lungometraggio con Bebo Storti e i detenuti della Casa circondariale di Bollate; “Chiamami Mara” sul tema del transessualismo e della discriminazione sessuale.
Del 2006 è “Don Chisciotte e…”, una rivisitazione del classico di Cervantes, interamente girata nei luoghi dell’ex ospedale psichiatrico Paolo Pini di Milano con la partecipazione, tra gli altri, di Giuseppe Cederna, Elio De Capitani, Moni Ovadia, Cristina Crippa, Renato Sarti, Gabriele Salvatores.
Tra gli ultimi lavori, si segnala “Il colore del vento”, un viaggio simbolico nel Mediterraneo sulle tracce di “Creuza de ma” di De Andrè.
“Faber”, realizzato con il contributo della Provincia di Milano, è stato codiretto dal giornalista Romano Giuffrida.
Ecco che cosa Bigoni ci scrive su De André.
"Fabrizio De André (di cui il 18 Febbraio ricorre la data della nascita) è stato l'unico autore italiano che ha saputo interagire dialetticamente con la realtà sociale italiana per circa quarant'anni, raccontandoci attraverso frammenti e sguardi - privi di compiacimento - uomini e donne del nostro tempo.
Ci ha aiutato a capire cosa e come la vita che ci circondava si trasformava di anno in anno in qualcosa d'altro scivolando inesorabilmente verso l'oblio e l'amoralità anemica della nostra opulenta società. Un qualcosa d'altro che, crediamo, ha a che fare a pieno titolo con la storia della società italiana dal cosiddetto boom economico in poi. Il tutto raccontato come solo lui sapeva fare, in modo leggero, mai greve, banale o scontato.
Fabrizio De André è stato uno dei massimi narratori di novelle dell'ultima parte del secolo scorso. Ha dato vita a tanti, tantissimi personaggi, tutti dolorosamente incantevoli, tutti gioiosamente indimenticabili. Uomini e donne, mutevoli, variegati che si aggirano - a volte con ingenua dolcezza
a volte con determinazione commossa - da una canzone all'altra, da un testo all'altro a formare le perle di una sfolgorante collana.
Per questo motivo, nel settembre del 1999, a pochi mesi dalla sua morte ho deciso di realizzare insieme a Romano Giuffrida un documentario che in qualche modo riuscisse a estinguere quel debito che ho sempre sentito nei suoi confronti. Una riconoscenza per quello che Faber mi ha fatto sentire, comprendere, provare. Un viaggio, quindi, che avesse come finalità la ricerca di quei volti, panorami, suoni, rumori, emozioni, sensazioni, libri, dipinti, parole e ricordi che hanno disegnato “il sentire” e “l’agire” di Fabrizio.
Realizzare quel documentario ha comportato molte cose di significato e segno diverso. Alcune di queste risultano più importanti di altre. Compiere fino in fondo il mio atto d’amore nei confronti di una persona (e di un artista) per me importantissima, cercando di raccontarla, rispettarla nel profondo e di aspirare (forse presuntuosamente) dopo questo viaggio tra la Sardegna, Genova e Milano, a una qualche forma di consapevolezza e di crescita. E ancora una volta, per tutto questo, devo ringraziare Fabrizio".
Bruno Bigoni