Buona notte signor Piero

Doveroso ricordo di Piero Mazzarella, attore immenso intriso di milanesità. Uno dei grandi del nostro teatro che, forse, avrebbe meritato maggior fama e considerazione.


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“Sapete come si dice in milanese mirtillo?”, chiedeva Piero Mazzarella al suo divertito pubblico. Quasi nessuno lo sapeva. Se qualcuno lo avesse saputo, sarebbe volentieri stato in silenzio per sentirselo dire da lui nel suo milanese rauco e fumoso per via di una voce arrocchita e profonda.

Piero Mazzarella se ne è andato e porta con sé più di ottanta anni di teatro perché le assi del palco delle compagnie di giro lui aveva cominciato a calpestarle da bambino molto piccolo interpretando, nel suo primissimo ruolo, la Cosetta dei Miserabili. Una bambina.

Diceva di non essere mai stato un attor giovane perché non aveva il fisico del ruolo né tantomeno la voce gentile e insipida. La sua voce era un marchio inconfondibile che sembrava venire dalle nebbie dei Navigli o dai fossi della Bassa dove da ragazzino pescava gamberi d’acqua dolce.

La lingua milanese l’aveva imparata nelle case di ringhiera dove aveva abitato a lungo.

A Milano aveva trascorso tutta la sua vita umana e artistica sempre alle prese con le “paghe per il lesso” anche per via di una famiglia numerosa. A Milano era stato, almeno nella seconda metà del ‘900, il più grande interprete del teatro milanese e delle sue commedie colte e popolari.

Formidabile, ma ormai sono in pochissimi a potersela ricordare, la sua interpretazione nel “Nost Milan” che Strehler aveva ingegnosamente messo in scena al Piccolo Teatro nei primissimi anni ’60.

Strepitosa, dicono, la sua partecipazione a “L’eredità del Felis” con Valentina Cortese, sempre al Piccolo.

E poi i fasti della Compagnia Stabile Milanese, la direzione del Teatro San Calimero, prima, e del Teatro della XIV, poi. Le collaborazioni con i maggiori teatri milanesi, tra cui il Franco Parenti dove si era magnificamente misurato ne “La tempesta” di Emilio Tadini con la regia di Andrée Shammah.

Poco cinema, anche se diceva, ed era vero, che lo voleva Fellini ma lui non poteva abbandonare la sua compagnia per fare un film perché, senza di lui, i suoi attori non avrebbero lavorato. Ce lo ricordiamo però ne “Il maestro di Vigevano” di Elio Petri in cui, in un ruolo decisamente antipatico di un industrialotto lombardo bauscia e sbruffone, affiancava un perdente Alberto Sordi.

Abitava a Milano 2 da quanto un allora sconosciuto Silvio Berlusconi lo aveva chiamato a collaborare a TeleMilano 58, prodromo dei fasti successivi delle reti Mediaset. Smise quasi subito di collaborare con la televisione di Berlusconi ma restò a vivere lì.

Affabulatore straordinario, incantava la sua affezionata platea con storie di una Milano che c’era e non tornerà più, come la storia del brumista che duella alla voce con un borioso turista americano o incarnando magistralmente la figura del Tecoppa, maschera teatrale milanese per eccellenza.

Leggeva il Porta come forse nessuno, leggeva il Tessa e faceva venire i brividi con “L’è el dì di mort, alegher!”. Dal Tessa aveva portato al Piccolo Teatro Studio un sublime Vecchia Europa, anche quistorie d’altri tempi.

Era scontroso e scomodo, poco conciliante ma generosissimo sui palchi dei teatri dove si trasfigurava nei suoi personaggi scavati nell’ironia e, spesso, nel malessere. Si ricorda uno sketch televisivo in cui nei panni di un vecchio tramviere faceva il padre di un giovanissimo Tony Renis. Anche qui, altri tempi.

Negli ultimi anni, forse anche per bisogno, pur se affannato da mille malanni, percorreva ancora i palcoscenici milanesi per raccontare le sue storie. Abbiamo qui dato cronaca di un suo spettacolo al Teatro Out Off nel dicembre scorso. Malgrado l’evidente degrado del corpo, la sua voce era quella di sempre, roca e ruvida, modellata con una raspa. Una delle voci più forti e più autentiche del teatro italiano.

“Il mirtillo in milanese si dice lorion”. Grazie signor Piero e buona notte.


(Massimo Cecconi)




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