Come il grido di un muto


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In quel momento lo rivide. Il vecchio camminava sempre con la stessa dignità, come quando aveva lasciato il suo bar, anche se a tratti barcollava un poco. Ci veniva tutte le sere da ormai più di due mesi. Sedeva solo, ordinava e guardava il mare, fino alla chiusura. Adesso però stava al centro della strada, alla stessa distanza dai due filari di palme che abbellivano il lungomare. Palme piuttosto malconce per la verità, per via dell’ultimo uragano. Era stato tanto forte che la gente del posto aveva cambiato il suo nome, uno dei soliti nomi di donna che si danno agli uragani, e lo aveva chiamato semplicemente Il Maledetto. E lo era stato per davvero, perché parecchie cose si era preso, e case e vite. Anche la sua.
“Somiglia a una di quelle palme” si sorprese a pensare il cameriere. “Deve aver resistito anche lui a qualche bell’uragano. Ma adesso sembra proprio non farcela più.”

Intanto il vecchio continuava a camminare piano lungo la strada guardando davanti a sé. La spiaggia, senza più lampioni, dopo le ultime capanne, si apriva verso il promontorio, con le sue mangrovie infinite.
“Alla fine della luce c’è sempre il nulla.” pensò il cameriere.
I pensieri gli sorgevano sempre così a quest’ora, fastidiosi, senza che lui facesse niente per evocarli.
“Quel vecchio ci sembra già immerso, nel nulla. Ecco, appena esce da sotto il lampione” sorrise, come pensasse ad un gioco “smetterà semplicemente di esistere. Forse è quello che vuole.”
Sua moglie comparve leggera da uno spazio nascosto della sua mente, con i bambini per mano.
“Maledetto uragano.” gemette. E tornò a cercare il vecchio, frugando affannosamente nel buio.
“Sarebbe la cosa più semplice.” si disse appena riuscì a scorgerlo.

Il guaito rabbioso di due cani randagi lo fece riscuotere. Stavano allacciati uno all’altro senza riuscire a staccarsi.
“Eccone altri due che son rimasti incastrati. Vi sta bene, maiali” rise, ma se ne vergognò. “Chissà perché qui succede spesso. A volte muoiono così, dissanguati. O anche sbranati dagli altri cani.”
L’immagine era talmente sgradevole, squallida, che gli venne voglia di lasciar perdere il vecchio e tornarsene a casa alla svelta. A quella capanna di tavole sgangherate, solitaria come una barca abbandonata, che adesso era la sua casa. Ma almeno infilarsi presto nel giaciglio e cercar di dormire. Tanto più che era una notte troppo scura, perché le nuvole coprivano quasi completamente anche le stelle.

Ma il vecchio, ormai uscito dall’ultimo cono di luce, era ancora visibile per via dei pantaloni chiari e del panama, chiaro anch’esso, le cui larghe tese si muovevano nella brezza, come le ali di una smisurata farfalla notturna.
“Quello si va ad ammazzare” gridò il cameriere, sorpreso dal suono delle sue stesse parole.
E iniziò a seguirlo, come spinto da una mano invisibile, a passi lunghi, prima che si perdesse completamente nell’oscurità e diventasse impossibile vedere dove diavolo andasse a finire.
“Non sono fatti tuoi.” ora sentiva una voce stridergli nel cervello, una voce odiosa che gli ricordava…
“Al diavolo” rispose alla voce, scrollando la testa e sputando per terra con rabbia.

Il vecchio sembrava non curarsi dell’oscurità. I suoi passi erano perfino più rapidi adesso, pur nelle tenebre. Il cameriere faceva fatica a stargli dietro, continuando a inciampare.
“Vuoi farti sbranare dai cani, disgraziato? Dannazione a te.” imprecò, si chinò a raccogliere un sasso e tornò ad avanzare, con le braccia allargate, come un goffo funambolo.

Se non fosse stato sordo il vecchio avrebbe senz’altro sentito i passi che lo seguivano, perché a quell’ora non c’era altro rumore che il loro. A parte la cantilena leggera del vento tra le cime delle palme e il mugugno del mare ancora lontano. Il cameriere rallentò, non sapendo bene che fare.
“Non sono fatti tuoi.” ripeté la voce nelle sue orecchie. Ma questa volta con un tono di derisione, come chi dicesse: cosa ti credi di fare, pagliaccio?
 
“Voglio vedere se esisto!” gridò il cameriere con furia.
 
Ma il vecchio aveva lasciato la strada e dopo un breve cammino era arrivato fin sulla spiaggia. Il mare era grosso, seppure non fosse che il residuo della tempesta appena passata. Le onde erano ancora gonfie, alte, imponenti. Il loro rumore copriva ogni cosa, ora che si erano fatte vicine. E il vecchio andava dritto verso di loro. Un raggio di luna liberandosi dalle nuvole glielo fece scorgere da lontano, bianco, mentre allargava le braccia.
“Come il Cristo della Vergine di Guadalupe” pensò il cameriere.

Quello però aveva allungato il passo, per quanto fosse possibile ad un vecchio, sulla sabbia fradicia, tra le pozze create dalla risacca. Il panama volò via, nell’aria risucchiata dai cavalloni, duri e gonfi come schiene di tori da monta. Per un attimo sembrò il volo di un gabbiano, poi svanì nella notte. Il vecchio entrò in mare.

“Non sono fatti tuoi!” gridò ancora la voce, vibrando di rabbia come venisse da un'anima dannata. Il cameriere gettò il sasso, scalciò furiosamente per liberarsi delle scarpe e si mise a correre come se mille diavoli avessero preso a inseguirlo. Troppo tardi, però, troppo tardi.
“No, no, noo! Non voglio!”

Il vecchio era già stato preso da un’onda. La sua figura, incredibilmente netta per un brevissimo istante, si era confusa ormai nella schiuma. Ricomparve però, salendo alto, molto in alto, per poi svanire ancora, presa nel mezzo di quella mandria di tori furiosi e schiumanti. Seguirlo avrebbe voluto dire morire con lui: la corrente in quel punto della costa non dava scampo, lo sapevano tutti.

Il cameriere sentì un brivido freddo salirgli lungo le gambe. Gridò ancora. Ma il suo grido era come quello di un muto. Sentì solo le vene del collo tendersi nel silenzio infinito, dove la voce umana è meno di niente. Vide per un attimo ancora le braccia aperte del vecchio.
Poi non vide più nulla.


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