San Siro, uno stadio da buttare?

Il sindaco Sala sembra seriamente intenzionato a far abbattere lo stadio Meazza. Perché? ()

Stadio sab SiroMartedì 14 luglio 2020 davanti a Palazzo Marino un folto numero di cittadini ha voluto portare all’attenzione pubblica il progetto che sta per essere approvato dal Comune di Milano e che non può e non deve passare inosservato per il devastante impatto e le negative conseguenze che avrà in futuro sulla comunità milanese, e non solo sul quartiere, come hanno chiaramente esposto i rappresentanti delle associazioni, movimenti e gruppi di cittadini presenti.

Di cosa si tratta? Da una veloce indagine tra la cerchia delle mie conoscenze ho dedotto che non molti sono al corrente dei motivi per cui si vuole costruire un nuovo stadio e demolire quello esistente, tuttora in buona salute, a quanto risulta. Infatti nel non lontano 2016 l’allora assessora allo Sport della giunta Pisapia, Chiara Bisconti, illustrava con orgoglio in un video le migliorie allo stadio (che è di proprietà comunale e viene dato in affitto sia per le partite di calcio a Milan e Inter, sia per altri grandi spettacoli e avvenimenti) realizzate in occasione della finale UEFA di Champions League, giocata fuori casa tra l'atletico Madrid e il Real Madrid.
Veniva giustamente ricordato che il Giuseppe Meazza è considerato uno degli stadi più belli del mondo, e con le migliorie apportate (a spese dei cittadini milanesi) diventava ancora più “bello ed efficiente”, un lascito per mantenere viva la sua storia gloriosa.

Storia che nel progetto, presentato, a quanto pare, dai proprietari del Milan (sostanzialmente il fondo Elliot, un fondo statunitense altamente speculativo) e dell‘Inter (il magnate cinese Zhang Jindong) si vuole tramandare alle future generazioni lasciando in piedi un moncone di stadio (sfugge totalmente la logica di questa proposta). A quanto pare: i documenti relativi al progetto sono stati secretati e nonostante una richiesta di accesso agli atti per prendere visione delle proposte avanzate al Comune dai titolari delle proposte, non si sono ancora potuti conoscere pubblicamente i contenuti della documentazione in mano al Sindaco, né sapere chi sono i soggetti proponenti. In genere si giustifica questa prassi per motivi di riservatezza e di protezione dalla possibile concorrenza, che in questo caso non esiste dato che si tratta di iniziativa autonoma dei proponenti il progetto.
Per quanto ne sappiamo si tratta della realizzazione di un “Distretto dello Sport e del Tempo Libero” comprendente centri commerciali, strutture alberghiere, edifici a torre per uffici e residenziali, un museo per lo sport, spazi all’aperto e al chiuso e un nuovo stadio, meno capiente del “vecchio” Meazza, ma con spazi più lussuosi e adatti alla clientela VIP, possibile grazie ad un concessione da parte il Comune di Milano con cui si cede un’area di circa 150.000 mq per novant’anni, dietro il compenso di due milioni di euro all’anno.
Il documento sottoposto al Comune è accompagnato da uno studio commissionato al Politecnico di Milano dai proponenti in cui si conclude che lo stadio Meazza non è ristrutturabile; non sappiamo in base a quali specifiche ipotesi e condizioni, ma altri tecnici su incarico (gratuito) dei cittadini hanno negato qualsiasi validità ad affermazioni di questo tipo, smentendo queste conclusioni e proponendo soluzioni alternative per la ristrutturazione dell’esistente che tenessero conto delle ipotesi ventilate per rendere il Meazza più lussuoso (nuove sale stampa, nuovi posti esclusivi al coperto, ecc.) ed attraente.
Se il Comune accatterà la proposta verrà elaborato un progetto di fattibilità, che attualmente non esiste.

Ma perché il Comune dovrebbe accettare una proposta del genere, che consegna nelle mani di gruppi privati per novant’anni una pezzo di città? Nell’interesse dei milanesi riguardo all’ambiente, al verde, al consumo di suolo, a possibili vantaggi economici, al rispetto dei Piani di Governo delTerritorio da poco deliberati?

Ambiente. Dopo aver aderito alla dichiarazione di emergenza ambientale il Comune di Milano si contraddice praticando una politica che va nella direzione esattamente opposta. Invece di conservare e rinnovare l’esistente si costruisce ex novo, si abbatte una struttura, perfettamente funzionale, di queste dimensioni e caratteristiche, sostenendo un costo (si dice di 75 milioni di euro), che qualcuno dovrà pagare, chi, il proprietario odierno ossia il Comune?
Immaginatevi quale impatto sull’ambiente, sulla viabilità, e dove si potranno smaltire le tonnellate di cemento da mandare a discarica.

Verde. Il Comune conta molto sull’immagine di Milano e lancia ambiziosi piani di riforestazione urbana (3 milioni di alberi, ecc, ecc). Perché non cominciamo a salvaguardare quel poco di verde, vero, esistente e impedire la cancellazione di parchi e giardini, come è avvenuto per il parco di via Bassini, il giardino di piazza Baiamonti, e avverrà con la costruzione del “nuovo” Meazza dove ora c’è il parco De Capitani.
L’emergenza climatica non si affronta con tetti e pareti verdi, aiuole fiorite sopra il cemento, ma con il rispetto del territorio verde urbano.

Risorse per le casse comunali. Il canone corrisposto al Comune dai privati per la concessione dell’intera area per novant'anni sarebbe di 2 milioni di euro all’anno. In compenso il Comune non incasserà più l’affitto del Meazza da Milan e Inter per 9 milioni di euro all’anno e altri introiti per spettacoli vari e manifestazioni. Perde gli oneri di urbanizzazione derivanti da altre future concessioni edilizie che dovessero venir rilasciate, cifre ragguardevoli, dell’ordine delle centinaia di milioni se rapportate all'iniziativa immobiliare prevista sull’area data in concessione. In più permetterebbe volumi edificabili quasi doppi, in deroga a quelli stabiliti dal recente Piano di Governo del Territorio! Un grazioso regalo per gli investitori privati, ma un vero disastro per le risorse comunali e i cittadini che le devono sostenere.

Partecipazione. E’ stato chiesto all’assessore Maran (Verde, Territorio, Urbanistica) in un’intervista se non ritenesse opportuno interpellare la cittadinanza su una questione di questa portata indicendo un referendum o una seria consultazione; la partecipazione dei cittadini sembra una preoccupazione costante di questa amministrazione (vedi il questionario del Piano Area Clima, i contributi richiesti ai cittadini con la Call Milano 2020, il Piano Quartieri, iniziative varie di Bilancio Partecipato), ma se il tema assume rilevanza, come in questo caso, ai cittadini che si organizzano in movimenti, comitati e gruppi attivi e chiedono un confronto con l’amministrazione non viene data risposta. O meglio la risposta l’ha data l’assessore Maran dicendo che siamo in una democrazia rappresentativa e quindi scelte e decisioni competono ai rappresentanti democraticamente eletti. E’ questo un esempio della coerenza con cui si svolge il tema partecipazione a Palazzo Marino?

Con il ricorso alla concessione i rappresentanti delegati alla cura degli interessi del cittadini delegano poi a soggetti terzi privati scelte e decisioni di cui sono tenuti a dar conto ai cittadini; una ragione in più per sottoporre a referendum, in questo caso doveroso. Ma basterebbe anche rilevare qui che l’istituto della concessione rappresenta una vera e propria abdicazione alla difesa dell’interesse pubblico nei confronti di quello privato, a maggior ragione quando si tratta di iniziative per loro natura essenzialmente speculative sul territorio. C’è da dubitare che sia ammissibile sotto il profilo dell’opportunità politica, se non quello costituzionale, un simile modo di procedere che consente a fondi di investimento speculativi di realizzare un mega progetto immobiliare su terreni di proprietà pubblica.

Considerazione ultima e non di minor importanza, ma che riassume la riluttanza (o la mancanza di volontà) di interpretare il ruolo di rappresentante delle istanze pubbliche in vista del bene comune, è quella che riprendiamo da un articolo di Giancarlo Consonni: “si è lasciato che fosse l’iniziativa privata a decidere gli assetti degli insediamenti. Così, sempre in nome della libertà, la portata politica intrinseca nel quadro relazionale definito dalle forme insediative è uscita non solo dall’agenda, ma addirittura dall’orizzonte di chi amministra la Cosa pubblica. Eppure, nel modo di coniugare le relazioni fra la dimensione privata e la dimensione pubblica dell’abitare sta non poco della sostanza politica delle relazioni sociali, quella di maggiore tenuta nel tempo”.

Intanto è partita una raccolta firme per chiedere che si faccia chiarezza sugli operatori finanziari interessati a San Siro, dopo che la richiesta di accesso agli atti presentata dal presidente della Commissione Antimafia del Comune di Milano, David Gentili, non è ancora stata accolta.


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Re: San Siro, uno stadio da buttare?
26/07/2020 Valeria M
Vi aspettavate qualcosa di diverso da Sala ? Kj


 
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