Intervista a Michele Sacerdoti

Presentato al TAR Lombardia lo scorso 1 giugno il ricorso contro il Piano di intervento dell'area MIND (ex Expo). ()

ricorso
Michele Sacerdoti è il promotore della raccolta fondi per sostenere il ricorso da poco inoltrato al TAR sul Piano già approvato per l'area MIND . Gli abbiamo rivolto alcune domande.

L’obiettivo era 10.000 €, ritiene che la raccolta dei fondi abbia avuto comunque successo e per questo avete deciso di presentare il ricorso?

Si è deciso di presentare il ricorso qualunque fosse l’esito della raccolta, che prosegue tutt’ora sul sito gofundme. Con le donazioni al di fuori del sito gofundme sono stati raccolti 6.000 euro. Non si poteva aspettare l’esito per lavorare sul ricorso vista la scadenza del primo giugno, in cui è stato effettivamente presentato. Tutto quanto raccolto servirà per le spese legali. La ritengo un successo visto il difficile periodo economico e l’impossibilità di tenere riunioni per promuoverla.

Cosa si spera di ottenere, le probabilità di successo sembrano quasi nulle, si pregiudicano sia i piani dell’amministrazione pubblica che rilevanti interessi economici privati?

Il ricorso si basa sul fatto che l’Accordo di Programma del 2011 obbligava per il Post-Expo ad avere una percentuale di terreno permeabile (suolo fertile libero da edifici, annessi, infrastrutture, corpi idrici) uguale o superiore al 65% dell’area mentre il P.I.I. arriva al massimo al 33%, comprendendo le pavimentazioni drenanti, al 27% senza di queste.
Attualmente, dopo la demolizione dei padiglioni, la permeabilità è del 37,7%.
Per aggirare questo problema è stato applicato un indice che nel 2011 non esisteva, il Green Space Factor (GSF), che non misura la permeabilità perché dà un peso anche agli alberi, tetti verdi, corpi idrici, alle pareti verdi verticali, aree verdi pensili, lame d’acqua, collinette di terra sopra la piastra di cemento del Cardo e del Decumano. Questo indice aumenta dalla situazione attuale a quella dopo la realizzazione del PII da 0,56 a 0,76 ma questo non basta per rispettare l’Accordo di Programma.
In questa situazione il P.I.I. doveva essere adottato e approvato dal Consiglio Comunale e non dalla Giunta, come è stato fatto. Per sanare questo errore il Comune dovrebbe annullare in autotutela il P.I.I e sottoporlo all’esame dei consigli comunali di Milano e Rho, che avevano ratificato l’Accordo di Programma del 2011, facendone una variante. Un processo lungo in cui si dovrebbe esplicitare il fatto che vi sarà un enorme consumo di suolo. Il P.I.I. ha una percentuale di verde solo del 27%, quando i P.I.I. hanno di solito il 50% di verde.
Un’altra possibilità che auspico è aumentare il verde non prevedendo la costruzione degli edifici della Università Statale di Milano, lasciandola in Città Studi, e diminuendo il suolo occupato dagli edifici della parte privata. Il verde previsto è di scarsa qualità e distribuito tra gli edifici. Si pensi che si è chiamato con il pomposo nome di Parco Verde e Blu una sottile striscia di terra larga in media 12 metri tra i canali perimetrali in cemento e l’anello di strada che circonda l’area per quattro chilometri di lunghezza. Grazie ad un lungo filare di alberi ed alla pavimentazione delle sponde la si è dichiarata un’area di grande valore ambientale. Il Parco dello Sport e dell’Intrattenimento è il campo sportivo dell'Università Statale e il suo orto botanico. Lungo il Decumano vengono create delle collinette di terra definite "asole" per piantarvi degli arbusti e si fa credere che sia un parco grazie alla copertura con rampicanti al posto delle tende di Expo, ma vi passeranno auto elettriche senza guidatore, alquanto pericolose per i pedoni.
Il T.A.R. deciderà sulle questioni sollevate dal ricorso, non sui piani e interessi coinvolti.
Nel 2014, quando Arexpo cercò di trovare un acquirente per i terreni dopo l’Expo, l’asta andò deserta perché i vincoli dell’Accordo di Programma sulla edificabilità dell’area non rendevano conveniente ai privati intervenire. Ora la stessa operazione viene fatta direttamente da Arexpo, società pubblica, aggirando i vincoli per rientrare dai debiti accumulati verso le banche con l’esposizione universale del 2015. Il ricorso la rende impossibile senza approvare una variante all’Accordo di Programma.
Variante impopolare dato l’enorme consumo di suolo previsto, che andrebbe contro il referendum popolare del 2011 che chiedeva di mantenere il parco agricolo-alimentare di Expo ed una mozione del consiglio comunale che chiedeva che il parco tematico, pari al 56% dell’area nel comune di Milano, fosse a verde, non un parco scientifico-tecnologico. Va ricordato che prima di Expo la maggior parte del terreno era agricolo intorno alla Cascina Triulza e che qui doveva essere realizzata una parte del grande parco di cintura intorno a Milano.

L’emergenza Coronavirus ha fatto riconsiderare con occhio diverso molti aspetti del nostro modo di vivere quotidiano, penso alla maggior propensione al telelavoro, le conseguenza diretta che questo avrà sulla mobilità, sulla concentrazione in spazi limitati e ristretti di servizi e uffici raggruppati insieme ad una zona residenziale dislocata rispetto alla città.
Questa nuova situazione potrà far riconsiderare i programmi degli investitori e rivedere le scelte dell'Università Statale in merito al trasferimento delle facoltà scientifiche all’area MIND?

Il progetto è reso obsoleto dall’emergenza Coronavirus. Non è pensabile un addensamento di 68.000 utenti giornalieri in un’area di un milione di mq, circa la metà degli utenti di Expo 2015, mescolando personale ospedaliero, studenti, ricercatori, docenti e impiegati che dovrebbero condividere trasporti pubblici e servizi, in una zona difficilmente raggiungibile con biciclette dato il suo isolamento dal resto della città.
Da questo punto di vista Città Studi ha una situazione migliore, non vi sono molti uffici nell’area universitaria e la sua raggiungibilità è più facile, con le stazioni di tram, metro e treni dislocate in punti diversi e l’accesso in bicicletta e a piedi dai quartieri residenziali.
Non si sa se i grattacieli saranno ancora utili, con impianti di condizionamento e ascensori concentrati nella zona centrale dell’edificio, e con gli impiegati che potrebbero lavorare da casa. Il modello del lavoro impiegatizio potrebbe cambiare: in questo momento ad esempio i grattacieli per uffici di Citylife sono quasi vuoti. Il telelavoro, da anni sostenuto per risolvere i problemi del pendolarismo e conseguente inquinamento provocato dai mezzi privati ma mai veramente partito, è diventato una pratica obbligata dal Coronavirus e continuerà ad essere con buone probabilità ad essere ben utilizzato.


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