Partecipare sì, ma come. Un po’ di storia

Inizia qui il primo dei quattro appuntamenti dedicati alla parte teorica del workshop del Laboratorio di Democrazia Partecipativa di Lambrate. Dalla lezione del professor Sergio De La Pierre, i primi orientamenti per capire quando e come si sviluppa la moderna idea di partecipazione civile. ()

La Martella MateraPartecipazione: presenza o intervento in un fatto di ordine o interesse collettivo”. Questa la definizione che ne dà il Devoto Oli. Presenza o intervento. Di fatto una partecipazione passiva come la “presenza” ad un evento, o attiva come “l’intervento” a un dibattito, a un’associazione, a un’iniziativa sociale, a uno sciopero, a un voto, … a “un fatto di ordine o interesse collettivo”. Un fatto, quindi, che riguarda la nostra dimensione sociale e civile, il modo in cui si può esprimere il nostro rapporto con una comunità organizzata e i membri che la compongono.

Ma la moderna idea di partecipazione alla vita civile è qualcosa ancor più interessante: non solo la mera presenza saltuaria del cittadino, ma un rapporto continuativo con le istituzioni, specie locali, caratterizzato da un atteggiamento progettuale, tendenzialmente non rivendicativo, che ha l’obiettivo di indurre delle trasformazioni.
Secondo la definizione di De La Pierre, con partecipazione della cittadinanza attiva s’intende “un insieme di azioni consapevoli di cittadini o aggregazioni sociali tese a costruire idee o progetti di trasformazione relativi ai più diversi problemi sociali o territoriali”.

Diversi sono gli ambiti in cui si sono sviluppate idee e strumenti in base a questa moderna idea di partecipazione. Basti ricordare le innumerevoli tecniche di gestione del lavoro di gruppo in ambito aziendale: dal brain storming, ai focus group, alle tecniche di simulazione o ai giochi di ruolo… tutte nuove forme di governance aziendale con cui si incominciano a mettere in atto processi di coinvolgimento dei manager e degli stessi lavoratori.

Nell’ambito dei servizi pubblici, i percorsi più innovativi di partecipazione inclusiva cambiano radicalmente l’ottica del rapporto tra servizio e utente che da soggetto passivo diventa parte attiva nella progettazione del servizio. In ambito psicosociale, per esempio, sono rivoluzionarie le riflessioni e le esperienze di Franco Basaglia che prevedono la partecipazione attiva di utenti e familiari nella cura.

Nel Sud del mondo, sono moltissime le esperienze di rinascita economica locale e di sviluppo di comunità che si sono avvalse proprio di logiche e tecniche partecipative. Dalle più semplici alle più complesse: dalle banche dei cereali delle più povere fra le comunità africane, alle casse rurali di credito e risparmio, dal bilancio partecipativo alle forme di autocostruzione, dalle organizzazioni economiche contadine del Sud America alle imprese sociali.

Ma il settore che più ci interessa in questa sede è la progettazione partecipata in ambito urbano e territoriale. Qui, alcuni primi grandi padri ispiratori furono senz'altro, fra i tanti, Patrick Geddes, Adriano Olivetti, Giancarlo De Carlo.

Patrick Geddes, architetto e urbanista scozzese di fine ‘800 primi ‘900, iniziò una trasformazione dell’urbanistica che diventa sempre meno una tecnica da specialisti e sempre più frutto di studio e osservazione.
Non coinvolse certo i cittadini in un’opera attiva di progettazione, ma introdusse il principio fondamentale dell’ascolto.

Adriano Olivetti (1901-1960), imprenditore e intellettuale, intuì l’importanza del rapporto che passa tra economia, industria, territorio e presenza degli abitanti. Credeva nella centralità delle comunità, come unità territoriali culturalmente omogenee ed era suo obiettivo armonizzare
lo sviluppo industriale con la qualità della vita dei singoli dentro e fuori la fabbrica.

L’architetto Giancarlo De Carlo (1919- 2005) è, invece, il vero fondatore della cultura della partecipazione. Ne abbiamo parlato a proposito del Villaggio Matteotti di Terni. Egli è “l’architetto partecipativo”; suo grande merito è stato l’aver saputo mettere alla base della progettazione il lavoro vivo, a diretto confronto con i cittadini, coi loro bisogni e le loro ambizioni, proprio come aveva fatto con gli operai i Terni.
Egli sostiene che la partecipazione non può essere vissuta come una teoria astratta, perché deve nascere dalle relazioni, le più diverse possibili, e dai contatti diretti dai quali bisogna saper cogliere l’essenza più profonda, la verità più creativa. A suo avviso sono utili le tecniche più varie, comprese le strumentazioni elettroniche, ma queste non bastano.

“Non basta neanche andare dalle persone, chiedere quali sono i loro bisogni e trascrivere le risposte in grigi progetti… la partecipazione è molto più di così: si chiede, si dialoga, ma si legge anche quello che la vita quotidiana e il tempo hanno trascritto nello spazio fisico della città e del territorio. Ogni vera storia di partecipazione è un processo di grande impegno e fatica, sempre diverso e il più delle volte lungo e magari senza fine… Ma quando si raggiungono fiducia e confidenza, allora il processo diventa vigoroso, spinge all’invenzione, innesca uno scambio di idee che viene continuamente alimentato dall’interazione dei modi diversi di percepire le questioni portate. A questo punto l’ambiente si scalda e “accade” la partecipazione”.



Per saperne di più:
• G. Ferraro. Rieducazione alla speranza. Patrick Geddes planner in India 1914-1924, Jaca Book, Milano 1998
• Bonomi, A. Magnaghi, M. Revelli, Il vento di Adriano. La comunità concreta di Olivetti tra non più e non ancora
• P. Savoldi, Giochi di partecipazione. Forme territoriali di azione collettiva, FrancoAngeli, Milano 2007

Nota sulle immagini: negli anni ’50, a Matera, “capitale simbolica del mondo contadino”, il borgo La Martella rinasce grazie a un laboratorio interdisciplinare voluto da Olivetti, che coinvolse esperti e abitanti in un lavoro volto a restituire dignità e cittadinanza alle persone. Il risultato di quell’esperienza è oggi riconosciuto tra gli antefatti che hanno permesso alla città di Matera di passare da “vergogna nazionale” a Capitale Europea della Cultura nel 2019.

Credits: la foto d’apertura del villaggio agricolo “La Martella” a Matera proviene dall’archivio Michele Valori. L'immagine successiva e i disegni originali dell’urbanista e progettista Ludovico Quaroni sono tratte da Il giornale dell’ambiente.it



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