Tre croci

l romanzo di Federigo Tozzi è l’appuntamento di ottobre del percorso di lettura “Luoghi letterari del ‘900 italiano” a cura di Raffaele Santoro. ()

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Nel panorama della letteratura italiana del '900 Federigo Tozzi resta tutt'ora, per la gran parte del pubblico dei lettori, un autore poco o niente conosciuto, pur a fronte della consacrazione ormai consolidata che la sua opera ha avuto, tanto da essere ormai annoverato, a pieno titolo, fra i grandi classici della letteratura italiana. E del valore dell'opera di Tozzi ne è un'esemplare testimonianza proprio “Tre croci”, in cui si rivela in pieno la sua capacità di toccare corde profondissime con una immediatezza ed una forza assolutamente uniche ed originali. Perché con uno stile asciuttissimo che non concede nulla egli riesce a fare provare tutta la tensione e tutta la compassione che una vicenda come quella narrata in “Tre croci” suscita, “scolpendo” lo svolgersi degli eventi e i caratteri dei personaggi con una economicità di mezzi espressivi che, invece di ridurre, cattura ancor più l'attenzione rendendo totalmente partecipi di quella nevrosi autodistruttiva che travolgerà i protagonisti del romanzo e ne diverrà via via la nota dominante. Interpretando, in tal modo, quel senso di perdita di un centro all'interno di se stessi che attraverserà molta letteratura europea del primo novecento, periodo in cui si concentra infatti la sua produzione interrottasi, bruscamente, a causa della sua morte, avvenuta a soli trentasette anni nel 1920.

Quindi, pur a fronte del carattere apparentemente provinciale e periferico della sua produzione ambientata, come essa è, nel ristretto mondo di quella Siena in cui egli nacque e crebbe, Tozzi si rivela, in realtà, autore di levatura europea e ciò proprio per questa sua “modernità” nel narrare aspetti “esistenziali” che, nella realtà del primo novecento, stavano venendo alla luce. Ne è testimone quella sua capacità di mettere a nudo i personaggi seguendoli lungo la loro dissoluzione, attraverso le loro contraddizioni e le loro pulsioni, le loro fragilità e inettitudini, le loro inadeguatezze e il loro spaesamento, fino alla inesorabile eclissi che è l'esito “annunciato” della loro vocazione al fallimento, come accade appunto ai protagonisti di “Tre croci”.
Ma, al tempo stesso, Tozzi riesce a farci condividere la pena, la sofferenza e l'impotenza che quei personaggi vivono, incapaci di uscire da se stessi e a cui è negato ogni possibile riscatto, trasmettendo proprio col distacco di quella sua prosa scarna, acre ed amara, tutta la loro tragicità. Che nasce dal contrasto tra quell'attesa inerte che le cose accadano, ben sapendo che ciò porterà alla rovina, e la continua rimozione di ciò attraverso comportamenti compulsivi e ripetitivi nei quali ci si rifugia come a volere restare fuori dalla realtà. Non guardando dentro se stessi e, perciò, fuggendo anche e soprattutto da se stessi. Ed è questa scissione, tra una realtà che incombe con tutta evidenza e il “fingere” di negarla nascondendosi ad essa, che produce quella nevrosi di cui si diceva e che condurrà a quel frangersi della volontà che segnerà il destino dei tre fratelli Gambi, i protagonisti del romanzo. I quali, in balia degli eventi, non avranno alcuna capacità di contrastarli, di sottrarvisi, di scansarli, non avendo la forza di determinare il loro futuro. In questo senso i protagonisti di “Tre croci” appaiono totalmente “ingabbiati” e ciò non solo all'interno delle loro esistenze ma anche all'interno dei luoghi in cui si svolge la loro vita e cioè: Siena; la libreria di cui sono titolari; la casa in cui essi vivono. Risultando tali luoghi come una sequenza di scatole cinesi contrassegnate tutte da una dimensione claustrofobica.

Lungi da qualsiasi idillio che ne richiami la sua indubitabile bellezza Siena, che in “Tre croci” fa da contenitore e da cornice delle vicende narrate, appare subito un luogo che non offre conforto. Al contrario la città, trasmette un sentore di lutto e desolazione e la sua rappresentazione, geometrica e implacabile, petrosa e atona, sembra evocare certa pittura cubista ed espressionista: “Il vento frusciava nei giardini e negli orti, a piè delle case; dentro la cinta delle mura di Siena. Si sentiva chiudere qualche persiana, sbattendo; e c'era un piccolo eco affilato e rauco, che ripeteva pazientemente in fondo agli orti quel rumore;...L'erta delle case, silenziosa, morta non sentiva le foglie di un gran tiglio, sotto la finestra della camera, staccarsi l'una dopo l'altra; senza che potessero smettere più...Le case alte e strette insieme danno un senso di angustia monotona; con i vicoli di Fontebranda come tanti baratri che lasciano vedere, lontana, una collina verde e intramezzata di cipressi neri...e Siena, in quel silenzio, quasi taciturno ma soave, sembrava tutta raccolta in se stessa e inaccostabile.” Una Siena quindi che evoca l'immagine di un'angoscia e che, soprattutto, non concede alcuna libertà, né alcuna liberazione. E' infatti un clima provinciale, gretto e maldicente quello che trapela e la città diventa il paradigma di una prigione, simbolo, ma anche realtà concreta, di un mondo piccolo chiuso, soffocante.

Se la città fa da contesto, la libreria antiquaria che Giulio, Niccolò ed Enrico Gambi gestiscono nel centro di Siena è il luogo vero e proprio dell'azione, essendo fisicamente ed esistenzialmente il centro della loro vita. Essi l'avevano ereditata dal padre e per un po' anche a loro aveva reso. Ma gli affari con il passare del tempo cominciano a non andare più bene. In realtà nessuno dei tre è in grado di dare impulso al commercio e, pur nella diversità dei loro caratteri, tutti e tre i fratelli si rivelano inadatti agli affari. Giulio, sensibile, intelligente, colto è l'unico che si occupi realmente della libreria ma non ha la forza e l'energia per farsene carico come sarebbe necessario. Dovendo peraltro “gestire” gli altri due fratelli, la cui natura è contrassegnata da una palese inettitudine e da una litigiosità ossessiva venata di aggressività che Giulio deve continuamente contenere, mediando in quelle oziose ed inutili discussioni che insorgono tra Niccolò, che per lo più bivacca nella libreria, ed Enrico che vi passa a suo piacimento. Tuttavia pur avendo quelle loro differenze vi è, tra i tre fratelli, una simbiosi che li lega e li accomuna. Non vi è infatti mai tra Giulio, Niccolò ed Enrico una sia pur accennata ammissione di quanto la situazione in cui essi sono abbia origine da loro stessi. Vi è anzi un atteggiamento che tende a spostare all'esterno e a non definire le cause e i motivi delle loro difficoltà. E sebbene Giulio - che ha una profondità di sentire e una consapevolezza che gli altri due fratelli non hanno - comprende che l'incombente spettro del fallimento commerciale ed economico è l'anticamera del fallimento delle loro vite, tuttavia quella simbiosi che fa da collante li fa andare avanti procrastinando la rovina che li attende e portandoli a divenire complici.

Ciò allorché decideranno di falsificare la firma del Cav. Nicchioli, loro conoscente e frequentatore della libreria, che si era fatto, con la sua firma, garante di una cambiale e quella firma Giulio, in accordo con i fratelli, riprodurrà in altre successive cambiali. Scadenze, cambiali, firme false diverranno per i Gambi una spirale senza rimedio, continuando per contro a mantenere le apparenze e la vita di sempre, i cui atti e i cui riti assumeranno man mano tratti via via sempre più nevrotizzati. E di ciò la più palese manifestazione è quella sorta di regressione orale che coinvolge quasi infantilmente i tre fratelli, rappresentata dal concedersi di continuo prelibatezze e manicaretti con cui soddisfare il loro appetito, in una ricerca dei piaceri della gola che diventa sostituto e rifugio rispetto ad uno stare al mondo in cui non vi è più niente che conti davvero.
Perché i tre fratelli - che vivono con Modesta, la moglie di Niccolò, e le due nipoti Lola e Chiarina - non hanno neanche il conforto di una vera vita affettiva. Giulio ed Enrico non sono sposati e Niccolò, più che da una passione amorosa, è unito a Modesta dal fatto che ella lo accudisce come peraltro accudisce anche Giulio ed Enrico. E' quindi quello dei fratelli Gambi un universo privo di relazioni significative, risultando in questo senso le loro vite segnate, sempre e comunque, da quella simbiosi che li tiene uniti, laddove, anche la casa, diventa un luogo concluso dove rinchiudersi.
Ma l'imbroglio della falsificazione verrà scoperto e, con esso, sopravviene la vergogna e un crollo che diventa prima di tutto morale. Perché i fratelli Gambi avevano un nome e una credibilità, in una parola un' “innocenza” che quella colpa dilapida e spazza via, rendendo ancor più assordante l'eco di quel fatto; e la ferita che quell'evento produrrà sarà lacerante. Con quella sua tipica “rapidità” Tozzi mette in scena la caduta tragica che le vite dei tre fratelli avranno, susseguendosi senza pietà, inesorabile, la loro fine. Giulio si suicida e, in tal modo, si accolla tutta la colpa consentendo a Enrico e Niccolò di accreditarsi innocenti e, per un po', di tirare avanti ma neppure per loro vi sarà salvezza ed entrambi finiranno miseramente. Non avranno infatti neanche il tempo di rifarsi una vita che, a breve distanza l'uno dall'altro, muoiono. E anche nella morte i tre fratelli resteranno indissolubilmente uniti allorché le nipoti Lola e Chiarina “...spaccarono il salvadanaio di coccio e fecero comprare da Modesta tre croci eguali; per metterle al Laterino”, il cimitero comunale: unico e solitario gesto di misericordia che essi riceveranno.

Nella sua ascetica, limpida e rigorosa spietatezza “Tre croci” è un romanzo di un'umanità profondissima. L'onta, la colpa, l'inettitudine rende i tre fratelli personaggi terribilmente veri in quel loro essere vittime della loro natura. “Tre croci” fu scritto da Tozzi nell' autunno del 1918 (uscirà postumo nel 1920) in sole due settimane e ciò, nello stupire, ne esalta ancor più la sua fulminante bellezza. Infine un'ultima annotazione sulla lingua e sulla scrittura. Una lingua resa terragna dai toscanismi di cui è intrisa, spigolosa e selvatica come ciò di cui narra e per questo sempre necessaria; vera e propria spina dorsale di una scrittura intimamente malinconica.


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