Cold war

Anatomia di un amore folle in bianco e nero. Ricostruzione melodrammatica del clima della guerra fredda. Perplessità diffusa. ()

cold war immagineBianco e nero lezioso su schermo quadrato (formato 1/1,37 per chi se ne intende). E già ci sono gli elementi per insospettirsi. La storia ha inizio nel 1949 in una stremata Polonia alla ricerca di una nuova identità sotto la pesante influenza del socialismo reale.
In una decadente aristocratica dimora di campagna, un gruppo di giovani viene allenato a interpretare canti e danze del mondo popolare. Tra un tenebroso insegnante e una giovane allieva scoppia una passione amorosa destinata a durare tutta la vita, tra perdersi e ritrovarsi, prendersi e riperdersi.
Un amour fou alquanto alcolico che si dilania tra i paesi dell’Est e Parigi sino all’annunciata tragica conclusione.

La grande storia d’amore e di passione si riduce ben presto a schermaglie nevrotiche alternate ad amplessi calorosi. Il senso della narrazione si perde ben presto in fatua futilità e non conduce da nessuna parte.
Resta un mistero cosa abbia spinto i giurati di Cannes ad attribuire al film il premio per la miglior regia e a quelli degli EFA il premio quale miglior film ai recenti European Film Awards (gli Oscar europei, per non dire della candidatura agli Oscar californiani).
Il regista Pawel Pawlikowski, che si era fatto apprezzare per “Ida”, qui perde il senso della misura e si consuma in un compiacimento eccessivo nelle inquadrature, negli sguardi, persino nella atemporalità del bianco e nero. Un’occasione sprecata.

In programmazione all’Arcobaleno Film Center.


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