Ermanno Olmi o Akira Kurosawa? Il piacere della scelta

La Cineteca Italiana programma a Spazio Oberdan due rassegne parallele dedicate a due grandi autori di cinema. Tra Olmi e Kurosawa c’è solo l’imbarazzo della scelta. ()

olmi immagine
“Il cinema di Ermanno Olmi” prende il via il 25 giugno con il suo film feticcio che contiene tutte (o quasi) le suggestioni poetiche del cinema del grande regista italiano. “L’albero degli zoccoli” (1978) è il primo film di una rassegna che, sino al 21 luglio, permetterà di vedere 17 lungometraggi e altre opere ancora di Ermanno Olmi, uno degli autori più significativi del cinema mondiale, scomparso nel mese di maggio di quest’anno.

Poi l’elenco delle proiezioni si allunga sino a comprendere, tra gli altri, capolavori come “Il mestiere delle armi“ (2001), “I recuperanti” (1970), “La leggenda del santo bevitore” (1988), “Centochiodi” (2006) e “Il tempo si è fermato” (1959) con il relativo back stage.
In rassegna anche “Torneranno i prati” (2014) che è stato l’ultimo lungometraggio di Olmi approdato nelle sale cinematografiche.

Un’occasione unica per cogliere appieno la complessità della narrativa cinematografica di Olmi, la sua visione del mondo, tra realtà e fantasia, senza concessioni allo spettacolo fine a se stesso.
Parte invece il 26 giugno (sino al 12 agosto) una rassegna parallela dedicata ad Akira Kurosawa che di Olmi condivide, e viceversa, molti contenuti di grande umanità e di poetiche rappresentazioni.
Si parte con “Rashomon” (1950), uno dei capolavori assoluti del cinema di sempre, dove trionfa il dubbio della ragione e la passione dei sentimenti, con l’interpretazione magistrale di Toshiro Mifune, complice del regista in ben 16 film.

“Akira Kurosawa. Una personale in 14 lungometraggi” permette di comprendere temi di grande respiro che, attraverso la rivisitazione di generi cinematografici diversi, restituisce appieno la forza espressiva del regista giapponese scomparso nel 1998 a ottantotto anni.
In rassegna, tra altri grandi film, “Vivere” (1952), “Dersu Uzala” (1975) e “Cane randagio” (1949), un noir di non usuale potenza narrativa e descrittiva.
Impossibile probabilmente tracciare un raffronto tra i due registi citati, entrambi però hanno dato un contributo essenziale alla storia del cinema con le loro suggestioni, con il racconto di mondi apparentemente lontani, accomunati però dai destini incrociati delle donne e degli uomini alle prese con il difficile “mestiere” di “vivere”.

Per la programmazione completa delle rassegne è d’uopo consultare il sito www.cinetecamilano.it .
Cinema per riflettere e per capire, senza farsi condizionare dai mesi estivi che non necessariamente debbono rappresentare la banalità del disimpegno.


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