Loveless

In penuria di buoni film, spingetevi sino all’Anteo o all’Eliseo o al Mexico per vedere un’opera che merita di essere vista, anche perché non c’entra nulla con il clima delle feste e ci fa fare i conti con il peggio dell’animo umano. Merita il viaggio. ()

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In un livido paesaggio invernale alla periferia di Mosca si consuma la tragedia familiare di una separazione che, ancorché consensuale, porta con sé l’astiosa acredine di una storia finita male e che sta persino volgendo al peggio.

Sia l’uomo che la donna hanno già trovato consolazione in altri amori, o presunti tali, l’anello debole, il loro figliolo di dodici anni, è invece abbandonato senza né certezze né prospettive di affetti o di sostegno.

Nel gelo del paesaggio e della solitudine, il bambino decide di scappare di casa. Il fatto viene vissuto dai genitori come l’ennesimo fastidio procurato da un figlio mai desiderato e mai voluto.

In un crescendo incalzante di emotività si consuma la tragedia che segnerà, nel male, molte vite.

Accanto alla famiglia anaffettiva e all’aridità del contesto, si collocano egoismo, indifferenza umana e l’isolamento delle persone con la frenetica consultazione, come accade del resto anche in occidente, del telefono cellulare, sorta di feticcio su cui riporre tutte le aspettative possibili.

Probabilmente il più che promettente regista russo Andrej Zvjagincev non aveva alcuna intenzione di fare un film politico, il risultato, ottimo per altro, consente invece anche qualche annotazione di sociologismo più generale su dove sta andando la Russia e con lei il mondo intero, senza ormai sostanziali distinzioni.

Ottima fotografia, giuste lentezze, paesaggi respingenti come respingenti sono le persone che attraversano il film con il loro fardello di miserie, di frustrazioni, di disillusioni.

Tra i pochi film in circolazione ora che meriti di essere visto. Premio della Giuria all’ultimo Festival di Cannes.


p.s. Dal 22 dicembre in programmazione al Cinema Palestrina. Evviva.





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