The Place

Una eccezionale formazione di attori in campo per un risultato deludente. Si poteva fare meglio? Le risposte sono tutte da ricercare.


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“the place” è il nome di un bar d’angolo che dà su una via piuttosto trafficata in una città che presumibilmente è Roma ma potrebbe essere qualsiasi città del mondo.

Seduto a un tavolino defilato, notte e giorno, sta un uomo di mezza età (Valerio Mastandrea) che riceve persone diverse come se ricevesse pazienti in uno studio di terapeuta (dell’anima, del corpo e della mente).

Con queste persone ingaggia contratti “do ut des” che provocano, o meglio evocano, azioni differenti: una rapina, un assassinio, uno stupro che diventa un atto d’amore, una strage, un femminicidio…

Le storie e i personaggi si incrociano e si intrecciano in una favola nera, una grande metafora della vita dove si sprecano pulsione e passioni, desideri inconfessati e clamorose sconfitte, dove, ancora una volta, il sonno della ragione genera mostri.

L’uomo che, appunto, “dà da mangiare ai mostri” consulta un grosso quaderno con la copertina nera, le cui pagine sono già fittamente scritte, su cui annota e sovrappone i dettagli, spesso morbosi, raccontati dai suoi “pazienti” o presunti tali. Da vicino l’uomo è osservato e analizzato dalla barista (Sabrina Ferilli) che indaga sulla natura del personaggio e infine lo spiazza nella scena finale.

Al tavolo dell’uomo concorrono e accorrono alcune/alcuni delle attrici/attori del cinema italiano che vanno per la maggiore. C’è Marco Giallini, poliziotto sofferto e sofferente, c’è Alba Rohrwacher, suorina che ha perso l’amore per Dio, Alessandro Borghi, giovane cieco in cerca della luce, Silvio Muccino, figlio ribelle del poliziotto di cui sopra, Rocco Papaleo, meccanico ossessionato e, su tutte e tutti, la grazia candida di Giulia Lazzarini a cui l’uomo ha chiesto di costruire e utilizzare una bomba per poter riconquistare il marito malato di Alzheimer.

Insomma, c’è un sacco di carne al fuoco per un film che rievoca teatro da camera ed è, a lunghi tratti, lento, noioso e ripetitivo.

Il regista Paolo Genovese ritenta il colpaccio che gli era riuscito con “Perfetti sconosciuti” in cui Mastandrea, Giallini e Rohrwacher erano già presenti, copiando l’idea di una serie televisiva USA dal titolo “The Booth and the End” che ebbe nel suo paese un certo successo.

Il risultato è stravagante, certamente (ma non è un grosso difetto) mancano attendibilità e plausibilità, soprattutto manca un senso a questa operazione che sembra lasciare il tempo che trova.

Valerio Mastandrea, il nostro miglior attore cinematografico in circolazione, è ambiguo e sornione, sofferente e sofferto, partecipe e algido, in un alternarsi di espressioni che in quanto tale potrebbe salvare l’intero film. Di Giulia Lazzarini non si può che dire tutto il bene possibile, Giallini e le altre/gli altri sono impeccabili. Ma allora dove cade l’asino? Provate a rispondere alla domanda:”Cui prodest?”

Non giova né allo spettacolo, né alla comprensione di quello che sta effettivamente accadendo che, fuor di metafora, sembra proprio solo un esercizio di stile o poco più.

Peccato, una bella occasione mancata.


In programmazione al cinema Plinius e all’Arcobaleno Film Center



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12/12/2017 MashaZep
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